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In Transcarpazia l’ungherese
è vietato da Kiev

Nella regione ucraina della Transcarpazia (l’antica Russia Subcarpatica) vivono oltre 100.000 ungheresi e questo causa una disputa diplomatica tra Budapest e Kiev. La zona confina con Polonia, Ungheria, Slovacchia e Romania ed è considerata dall’Ucraina una zona di confine stabile e strategicamente vitale. La città di Užgorod, capoluogo della regione, è un luogo di pace: sorge nel sud-ovest del Paese ed è rimasta indenne nonostante la guerra in corso.

Budapest sostiene che i diritti linguistici e di istruzione della minoranza ungherese sono minacciati da quando il governo di Kiev ha rafforzato l’uso dell’ucraino come lingua di Stato. In forza di una legge, infatti, l’ucraino è diventata in Transcarpazia la lingua principale di insegnamento dopo la scuola primaria. Anche la “Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto”, organo consultivo del Consiglio d’Europa più nota come “Commissione di Venezia“, ha criticato questa forzatura.

Kiev difende gli obblighi nell’uso dell’ucraino come essenziali per la coesione dello Stato e la protezione dall’influenza russa. E’ noto che la guerra di oggi è nata dalla decisione delle maggioranze russofone del Donbas di diventare autonome e chiedere per questo il supporto di Mosca.

Ricordo qui che il governo ungherese ha spesso bloccato il sostegno all’integrazione europea dell’Ucraina, citando la «sistematica limitazione» dei diritti della minoranza ungherese in Transcarpazia.

A seguito delle leggi ucraine, che hanno limitato l’uso delle lingue minoritarie, la “Commissione di Venezia” ha espresso diverse raccomandazioni per allineare la legislazione di Kiev agli standard europei, soprattutto per facilitare il percorso di adesione all’UE.

La Commissione ha evidenziato la necessità di modifiche significative per garantire il diritto all’uso della lingua madre in ambito pubblico e privato. Ha anche chiesto all’Ucraina di rivedere le disposizioni che limitano l’uso delle lingue minoritarie nei media, nell’istruzione e nei servizi, sollecitando un dialogo costruttivo con le comunità, inclusa quella ungherese.

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