A Tavola

Israele s’indebolisce
mentre l’Iran non cede

«Il come e il quando la guerra finirà dipenderanno probabilmente meno da Israele e più da un presidente americano sempre più imprevedibile». Lo scrive Simon Speakman Cordall su Al Jazeera, spiegando che sembrano alquanto lontani gli obiettivi di guerra dichiarati da Israele, e cioè indebolire le capacità militari dell’Iran e creare le condizioni per una rivolta popolare contro il governo. Dopo settimane di bombardamenti incessanti, in Iran non si registrano segnali evidenti di malcontento pubblico né di contestazioni al governo.

Intanto è l’immagine di Israele nel mondo che si sta sgretolando. Ancor prima della guerra contro l’Iran, la guerra genocida di Israele contro Gaza aveva già avuto un impatto negativo sulla reputazione e sulle finanze del Paese. Secondo i dati della Banca d’Israele, le guerre contro Gaza, gli Houthi, il Libano e l’Iran, iniziate nell’ottobre del 2023, sono già costate circa 300 milioni di shekel (circa 83 milioni di euro) al giorno. Sul piano economico, Tel Aviv si prepara ad affrontare quelle che potrebbero essere le catastrofiche conseguenze finanziarie della guerra contro l’Iran. Il conflitto con l’Iran ha già imposto costi significativi a causa dell’aumento delle spese per la difesa, della perdita di produttività dovuta alla mobilitazione dei riservisti e della riduzione dei consumi, come suggerito da un’analisi pubblicata dal quotidiano francese Le Monde alla fine di marzo.

La popolazione israeliana è costretta ad affrontare avvisi di allerta antiaerea irregolari ma frequenti, che ogni volta costringono a rifugiarsi nei bunker e distruggono ogni parvenza di normalità. Le misure di emergenza che hanno comportato la chiusura di molte scuole, mentre i genitori sono tenuti a continuare a lavorare, hanno aumentato la pressione sulle famiglie.

La gente è esausta, ma per ora, il 78% degli israeliani ha dichiarato all’Israel Democracy Institute alla fine di marzo di essere favorevole alla continuazione della guerra.

È significativo, tuttavia, che la maggioranza ritenesse anche che i pianificatori negli Stati Uniti e in Israele avessero sottovalutato le capacità di Teheran.

In effetti, figure come Ben-Gvir e il ministro delle Finanze ultraortodosso Bezalel Smotrich – un colono il cui movimento crede di avere un diritto biblico sulla Cisgiordania – ricoprono ora ruoli centrali nel governo, godendo del sostegno trasversale dei partiti e dell’opinione pubblica.

 

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