Il boom dell’export cinese
scompensa i mercati europei
Il surplus cinese è balzato in alto, trainato principalmente da un’impennata delle esportazioni verso l’UE: dal 2021, le esportazioni cinesi verso l’UE sono cresciute a un tasso annuo composto del 6%, mentre le importazioni dall’UE si sono contratte del 2,5% all’anno. L’UE rappresenta ora il 31% del surplus commerciale totale della Cina. I dati li leggo su ZhōngHuá Mundus, la newsletter mensile di Bruegel che offre analisi sulla Cina nel mondo, viste dalla prospettiva europea. Bruegel è un think tank europeo specializzato in economia, e l’analisi che sto saccheggiando per i dati è a firma dell’economista e accademica spagnola con sede a Hong Kong Alicia Garcia-Herrero. «La deviazione commerciale – leggo – si verifica quando i dazi doganali imposti su merci provenienti da un Paese ne causano la ridirezione verso Paesi terzi. Nel caso dell’Europa, la deviazione commerciale è più rilevante che mai a causa dei recenti dazi statunitensi».
In effetti, le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti dei prodotti oggetto dei dazi sono diminuite di circa il 30% in quindici mesi, mentre le esportazioni cinesi degli stessi prodotti verso l’UE sono aumentate del 14%. Bruegel (che qui ricordo ha Mario Monti come presidente fondatore) suggerisce un meccanismo di sorveglianza dedicato alla Cina, guidato dalla Commissione europea, per monitorare il calo simultaneo delle importazioni statunitensi e l’aumento delle importazioni nell’UE degli stessi beni. Alicia Garcia-Herrero precisa: «Un meccanismo di questo tipo è certamente benvenuto, ma è necessario agire per affrontare le conseguenze della deviazione degli scambi commerciali».
Ma tutto ciò dipende esclusivamente dalla rivoluzione tariffaria imposta dalla Casa Bianca?
La produzione industriale cinese è cresciuta più rapidamente sia del PIL che della domanda interna. Ciò riflette un modello più ampio di espansione dell’offerta che continua a cercare sbocchi globali, indipendentemente dalla politica statunitense. Dice la ricercatrice di Bruegel: «Persino una significativa riduzione dei dazi statunitensi non basterebbe da sola ad alleviare la pressione strutturale che questa situazione crea sui mercati europei».
La concorrenza dei mercati terzi è un altro fattore che non emerge dai dati sugli scambi bilaterali tra UE e Cina. Europa e Cina competono per quote di mercato nelle esportazioni in America Latina, Asia e Africa. Con l’ingresso dei produttori cinesi in categorie di prodotti più sofisticate – macchinari avanzati e tecnologie verdi, settori in cui gli esportatori europei sono tradizionalmente forti – la questione dello spostamento dei mercati verso Paesi terzi è diventata più rilevante, anche se è più difficile da misurare rispetto ai flussi bilaterali diretti.
«Ai fini della definizione delle politiche – chiarisce Alicia Garcia-Herrero – è di fondamentale importanza stabilire se tale compressione derivi da reali aumenti di produttività, da un sostegno statale che disaccoppia il prezzo dai costi sottostanti o dai vantaggi di scala di un mercato interno ampio e protetto. Ciascuna causa richiede un diverso strumento politico corrispondente – investimenti industriali, difesa commerciale o riforma dell’accesso al mercato – e questi non sono facilmente sostituibili l’uno con l’altro».
Ricordo che la domanda interna cinese è tuttora debole e ci sono poche possibilità di compensare il deficit con un aumento dei consumi cinesi di beni europei.
In conclusione, la ricercatrice raccomanda: «La deviazione dalla sovraccapacità, gli effetti dei mercati terzi e le fonti di divergenza dei prezzi richiedono risposte politiche diverse, quindi distinguerle è fondamentale. In definitiva, è chiaramente necessario scomporre il surplus commerciale della Cina con l’UE per comprendere meglio la portata della sfida e come affrontarla».



