A Tavola

Foreign Policy: gli USA devono
raggiungere un accordo con l’Iran

«Gli Stati Uniti devono cercare di raggiungere un accordo con l’Iran per porre fine alla guerra, un accordo che includa non solo un cessate il fuoco, ma anche un piano per mantenere aperte le vitali vie navigabili e misure che inducano Teheran a rispettare i suoi termini. Washington deve inoltre incoraggiare l’Arabia Saudita a perseguire un accordo simile con gli Houthi. La mediazione di queste tregue richiederà dolorose concessioni sia da parte di Washington che di Riyadh. Ma continuare a combattere questa guerra significherebbe andare incontro a un disastro economico, e questo sarebbe di gran lunga più doloroso». E’ quanto scrivono su Foreign Affairs Richard Haass, presidente emerito del Council on Foreign Relations, e Carolyn Kissane, professoressa al Center for Global Affairs della New York University School of Professional Studies.

I due analisti sottolineano che sia gli Stati Uniti che l’Iran si sono astenuti da attacchi eccessivamente distruttivi contro le vitali infrastrutture energetiche, ma tralasciano di toccare il tasto Israele, che sulla guerra suona una musica tuttora bellicosa. Per Tel Aviv, infatti, scatenare la guerra contro l’Iran è stata la mossa giusta per continuare l’occupazione a Gaza e allargare quella del Libano.

L’Iran ha resistito e ora la guerra ha bloccato anche lo Stretto di Bab el Mandeb dopo quello di Hormuz. Il prezzo del petrolio è balzato dai circa 70 dollari al barile di agosto a 110 dollari a settembre. I prezzi sarebbero stati molto più alti se non fossero state messe in atto misure d’emergenza, a cominciare dalla Cina che diminuito l’import via mare da oltre 11 milioni di barili al giorno prima della guerra a poco più di sette milioni in agosto. Pechino ha attinto alle sue riserve petrolifere di 1,4 miliardi di barili, le raffinerie cinesi hanno ridotto la quantità di greggio lavorato e il governo ha imposto restrizioni alle esportazioni di carburante per mantenere più benzina e diesel sul mercato interno.

Non sono mancate le solite provocazioni dell’aggressore: a marzo, Israele ha attaccato il giacimento di gas iraniano di South Pars, dopodiché l’Iran ha effettuato attacchi contro la raffineria di Ras Laffan in Qatar, mettendo fuori uso circa il 17% della capacità di esportazione di gas naturale liquefatto del Qatar. Nonostante gli attacchi contro più di 80 impianti energetici in tutta la regione, tra i quali il porto di Ras Tanura in Arabia Saudita, la raffineria di Sitra in Bahrein, diverse raffinerie in Kuwait e il complesso del gas di Habshan e gli impianti di esportazione di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, la maggior parte delle infrastrutture della regione è rimasta intatta e operativa.

Washington, sotto la pressione dei governi arabi preoccupati per l’escalation, si è astenuta dal condurre attacchi massicci contro gli impianti petroliferi e del gas iraniani, come minacciato più volte da Trump, e ha dato l’alt a Israele.

«Per gli Stati Uniti e i loro partner – annotano su Foreign Policy Haass e Kissane – i costi economici e militari della guerra stanno diventando inaccettabili. È quindi giunto il momento di esplorare nuovamente la via diplomatica». E aggiungono: «Qualsiasi soluzione diplomatica a questo punto la esporrebbe all’accusa che gli Stati Uniti abbiano pagato un prezzo altissimo per un risultato che ha peggiorato la situazione del Paese e della regione, e migliorato quella dell’Iran, rispetto a prima che Washington iniziasse la guerra. Una critica del genere sarebbe fondata; non c’è modo di giustificare questa guerra».

In effetti, in aggiunta ai costi economici e in vite umane, l’aggressione contro l’Iran ha prosciugato le risorse militari statunitensi, ha messo in discussione la capacità e la volontà di Washington di proteggere i suoi alleati e ha probabilmente incentivato l’Iran e altri Paesi della regione a sviluppare o acquisire armi nucleari.

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