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La Birmania ha le terre rare
e gli americani le vogliono

L’agenzia Reuters ha diffuso la notizia che gli Stati Uniti hanno avviato colloqui diretti con la giunta militare della Repubblica dell’Unione del Myanmar (la Birmania, per intenderci), invertendo la politica di isolamento adottata dopo il colpo di stato del 2021. Perché Washington parla con una giunta militare antidemocratica e repressiva? Perché quel Paese è ricco di giacimenti di terre rare pesanti.

Dal 2021, la Birmania è in piena guerra civile. Il fronte dell’opposizione è guidato dal NUG (National Unity Government), il cui braccio armato è il PDF (People’s Defence Force) che spesso collabora con le milizie dell’EAO (Ethnic Armed Organizations). Secondo l’ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project), la guerra civile ha causato oltre 100.000 morti; secondo le Nazioni Unite i profughi sono circa 3,4 milioni.

Mercoledì scorso, l’attuale presidente birmano, il generale Min Aung Hlaing, è atterrato in Malesia. Dopo l’incontro, il premier malese, Anwar Ibrahim, ha dichiarato: «La Malesia farà tutto il possibile per garantire che, in definitiva, il Myanmar venga accolto come parte della nostra comunità di nazioni, senza pregiudizi, e in particolare nel contesto dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico; ndr)». E la Malesia ha cominciato a consegnare migliaia di profughi alle autorità birmane.

Il generale a capo della giunta militare ha in programma anche viaggi in Brunei e Indonesia, grazie al passepartout americano. Intanto le Filippine, tradizionalmente dipendenti dagli USA, stanno facendo marcia indietro: il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha elogiato il viaggio in Malesia e ha descritto gli sviluppi con il Myanmar come «germogli che spuntano dal terreno».

La giunta birmana è tuttora malvista sia a Singapore che a Timor Est, ma le forze in gioco sono enormi. Gli Stati Uniti mirano a indebolire la presenza cinese.

Nel campo delle terre rare, al centro di una gigantesca caccia al tesoro, non sarà affatto facile per gli americani avere accesso ai giacimenti in gran parte situati nelle zone di confine settentrionali, dove predomina l’influenza cinese, e dove combattono (spesso vincendo) le forze antigovernative. A dire dei tecnici della materia, se anche Washington riuscisse a mettere le mani sui giacimenti, avrebbe grosse difficoltà nelle lavorazioni successive all’estrazione. La Cina è un giocatore/concorrente con tutti gli assi in mano.

Ora il Myanmar confida nella revoca delle sanzioni statunitensi, ma con le elezioni di metà mandato alle porte, il presidente Trump deve rallentare. Il principale esponente democratico della Commissione Affari Esteri della Camera, il deputato Gregory Meeks, ha subito dichiarato a Reuters che l’approccio dell’amministrazione Trump è «contrario sia ai nostri valori che ai nostri interessi».

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