Dal petrolio al Papa:
i pezzi sulla scacchiera
Petrolio, Ungheria, il Papa, Corea del Sud, Hormuz, Sudamerica… sono molti i pezzi sulla scacchiera mondiale. Non hanno tutti lo stesso peso, ma ciascuno può essere fondamentale per la partita; altrimenti non avrebbe senso parlare di globalizzazione.
Senza la pretesa di parlare dell’universo mondo, faccio un po’ di osservazioni.
Comincio dall’Ungheria dove il premier Viktor Orbán (Fidesz – Unione Civica Ungherese) è stato sconfitto da Péter Magyar (Partito del Rispetto e della Libertà). Perché le sinistre inneggiano alla vittoria di Magyar (in italiano magiaro, cioè ungherese; omen nomen!)? Perché era appoggiato da Donald Trump e perché amico di Giorgia Meloni. Il fatto che sia stato uno scontro tra partiti e uomini di destra e che le sinistre non abbiano minimamente avuto voce nelle elezioni diventa marginale; l’importante è poter andare in giro a dire: lo vedete? Meloni ha perso anche a Budapest.
Il Papa. Qui la faccenda è un po’ più seria. Leone XIV fa il proprio mestiere quando invoca la pace, ma all’inquilino della Casa Bianca (che sarà sparito dalla scena politica quando il Pontefice siederà ancora sulla Cattedra di Pietro) non piace e dichiara: «Non sono un fan di Papa Leone. Non ci piace un papa che dice che va bene avere un’arma nucleare. … È un uomo che non pensa che dovremmo giocare con un Paese che vuole un’arma nucleare per far saltare in aria il mondo».
Nel 2024, quasi il 60% dei cattolici americani ha votato per Trump. Attaccare il Papa è stato intelligente? Lo vedremo.
Tra le condanne che da tutto il mondo stanno diluviando su Israele, scelgo la Corea del Sud (che deve la propria sopravvivenza agli USA). Il presidente sudcoreano Lee Jae-myung (Partito Minju) ha fatto infuriare il governo israeliano condividendo sui social media un video del 2024 che mostra soldati israeliani mentre spingono un cadavere giù da un edificio nella Cisgiordania occupata.
Arriverà un momento nel quale la denuncia dei crimini israeliani peserà di più dell’Olocausto e a quel punto Tel Aviv dovrà ridimensionare le ambizioni espanSionistiche.
Due citazioni per l’America Latina.
Alle elezioni presidenziali in Perù, andranno al ballottaggio il prossimo 7 giugno i due leader di destra Keiko Fujimori (Fuerza Popular) e Rafaele Lopez Aliaga (Renovacion Popular). Anche qui sono le destre a stare in campo, mentre le sinistre tentano di trovare un posto in panchina.
Alle presidenziali in Costa Rica, Laura Virginia Fernández Delgado (Partido Pueblo Soberano) ha battuto l’economista di centrodestra Álvaro Ramos (Partido Liberación Nacional). Il confronto è fra destra e centrodestra. Tertium non datur.
Il petrolio. Come già insegnava nel 1975 il film “I tre giorni del condor”, la conquista dell’oro nero giustifica tutto; a proposito di quello che vuole la gente, l’uomo di potere dice al protagonista: «Devi chiederglielo quando la roba manca, quando d’inverno si gela e il petrolio è finito. Chiediglielo quando le macchine si fermano, quando milioni di persone che hanno avuto sempre tutto cominciano ad avere fame. E vuoi sapere di più? La gente se ne frega che glielo chiediamo, vuole solo che noi provvediamo».
Con il petrolio alle stelle, le grandi economie si fermano o rallentano pericolosamente. Hormuz mina alle fondamenta la crescita globale: gli USA non possono bombardare i pozzi perché imiterebbero quel marito che se lo taglia per far dispetto alla moglie. Chi governa l’Iran, invece, sacrificherebbe fino all’ultimo pozzo se servisse a danneggiare il nemico. Maometto per vincere le guerre nel deserto fece interrare i pozzi d’acqua.
Washington deve dialogare con Teheran. Tel Aviv ha altri obiettivi e non ha problemi di energia, perciò vuole la distruzione completa. Non si arriverà mai allo scontro diretto, ma gli USA hanno bisogno della pax petrolifera e Netanyahu dovrà mollare.



