A Tavola

La Cina mira al Mediterraneo
L’UE e l’Italia guardano

Una parte rilevante delle dorsali di cavi sottomarini che connettono Europa, Africa e Asia transita sotto il Mediterraneo e il Mar Rosso, mentre porti come Pireo (terzo al mondo), Tanger Med (il più grande dell’Africa) e Port Said (Canale di Suez) sono stati integrati, nella Maritime Silk Road (MSR) che attraversa l’Indo-Pacifico e l’Indo-Mediterraneo, dalla costa cinese verso sud, passando per Hai Phong, Giacarta, Singapore e Kuala Lumpur, attraverso lo Stretto di Malacca, poi verso la punta meridionale dell’India, fino a Mombasa nell’Africa orientale, da lì a Gibuti, poi attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez fino al Mediterraneo, poi via Haifa, Istanbul e Atene fino alla regione dell’Alto Adriatico, per arrivare al centro nevralgico di Trieste, nel nord Italia, con il suo porto franco internazionale e i suoi collegamenti ferroviari con l’Europa centrale e il Mare del Nord.

I saggi raccolti nell’Atlante geopolitico del Mediterraneo 2025 sottolineano come la proiezione tecnologica di Pechino – fondata su infrastrutture portuali, logistica integrata, reti digitali e capacità finanziaria – stia progressivamente ridisegnando le geografie della connettività mediterranea, spesso in assenza di una strategia coordinata da parte europea. Se l’interdipendenza energetica tradizionale produceva vulnerabilità legate a volumi, prezzi e fornitori, l’interdipendenza digitale porta al controllo delle infrastrutture informazionali, dei flussi di dati e della sicurezza cibernetica.

La “geoeconomia delle interdipendenze” mediterranee è una chiave per comprendere come le scelte politiche (o le loro omissioni) incidano sulle traiettorie di sviluppo, sulla distribuzione dei redditi e sulla resilienza delle catene del valore dell’Unione Europea. L’obiettivo di stabilità nel Mediterraneo non può ottenersi esclusivamente con strumenti di difesa, controllo e repressione, ma dipende in buona parte da politiche industriali condivise, da investimenti in infrastrutture fisiche e digitali, da programmi di co-sviluppo agricolo e di sicurezza alimentare, da meccanismi di mobilità regolata del lavoro, da percorsi di integrazione finanziaria e regolamentare. In assenza di tali politiche, l’interdipendenza continuerà a essere “armata” dai diversi attori – Stati, imprese, potenze globali – per massimizzare vantaggi unilaterali, con il rischio di produrre nuovi shock sistemici.

In questo contesto come si posiziona l’Italia?

«Da un lato – scrive Gabriele Cicerchia per l’Eurispesl’Italia ambisce a posizionarsi come hub energetico e logistico del Mediterraneo, sfruttando la propria collocazione geografica, la rete di gasdotti, la capacità portuale e la tradizione diplomatica. Dall’altro, la sua capacità di azione autonoma è limitata dalla necessità di operare entro cornici europee spesso incomplete, e da vincoli interni di natura economica, politica e amministrativa».

L’Atlante geopolitico del Mediterraneo 2025 e i rapporti dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) indicano chiaramente come l’Italia disponga di un vantaggio comparato nel fare da ponte fra Europa e Mediterraneo, ma sottolineano anche l’assenza di una dottrina mediterranea coerente, capace di integrare dimensioni energetiche, industriali, migratorie e di sicurezza in un unico quadro strategico.

La capacità di trasformare il Mediterraneo da periferia problematica a piattaforma di co-sviluppo sarà, con ogni probabilità, una delle principali misure della maturità strategica dell’Unione europea nei prossimi decenni.

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