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A chi giovano
i conflitti nel Mediterraneo?

Il Mediterraneo è il baricentro economico e strategico di una “regione” che ingloba l’Africa settentrionale, il Medio Oriente, il Sahel, il Mar Nero e l’interfaccia atlantica del Maghreb. E’, pertanto, un’area nella quale si misurano le ambizioni di potenze globali e regionali, a cominciare da Stati Uniti e Cina fino a Turchia, Russia e Francia. Il Mediterraneo “ospita” alcuni dei teatri più instabili del mondo: la Libia post-Gheddafi, il Libano economicamente al collasso continuamente attaccato da Israele, la Siria frammentata e anch’essa sottoposta a continue incursioni israeliane, il Sahel squassato da frequenti golpe e dalla penetrazione jihadista. Secondo dati recenti (riportati dall’istituto di ricerca “Eurispes”) , la regione saheliana ha registrato oltre 6.000 attacchi armati; un numero triplicato rispetto a cinque anni fa, mentre la Russia consolida una presenza che sfida il predominio tradizionale degli Stati Uniti e la Cina ha investito oltre 14 miliardi di dollari in progetti portuali nei Paesi nordafricani (dati della Banca Mondiale per il periodo 2015-2022). Nel 2023, l’area mediterranea ha rappresentato circa il 12% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto (GNL), con previsioni di crescita superiori al 15% entro il 2026, un futuro già ipotecato da Israele sia per le risorse offshore di Cipro sia per il Libano.

Nel complesso, dice un rapporto Eurispes, «lOccidente appare sempre più disorientato: privo di una strategia chiara, senza visione di lungo periodo, incapace di delineare una cornice di ordine multipolare. Prevale la logica del più forte; il pretesto dell’attacco preventivo viene impiegato per aggirare costantemente il diritto internazionale, alimentando un degrado geopolitico senza precedenti. In questo scenario, il Mediterraneo è teatro di un uso crescente della guerra ibrida: pratiche che combinano strumenti militari convenzionali con operazioni cibernetiche, campagne di disinformazione, pressioni economiche, manipolazione dei flussi migratori e sostegno occulto a gruppi armati».

La Repubblica Popolare Cinese, pur evitando approcci apertamente coercitivi, esercita una proiezione di potere prevalentemente indiretta e di lungo periodo. Pechino sfrutta strumenti economici, tecnologici e infrastrutturali per rafforzare la propria presenza nell’area: dalla gestione dei porti strategici (Il Pireo, Haifa, Algeri) alla diffusione di sistemi di sorveglianza, fino alla creazione di reti accademiche e culturali. Sebbene presentato come un modello win-win, questo approccio genera un graduale condizionamento delle scelte politiche ed economiche dei Paesi coinvolti, con effetti significativi sulla loro sovranità.

«Le incursioni aeree israeliane in Iran – scrive l’Eurispes – aprono scenari inediti di confronto diretto tra due potenze che finora si erano affrontate per procura. Le reazioni sono state immediate: Ankara, tramite il ministro degli Esteri Hakan Fidan, ha accusato Tel Aviv di trascinare la regione verso un “disastro totale”. L’Iran, a sua volta, ha rinsaldato l’asse con Mosca, ricevendo non solo appoggio politico ma anche offerte di cooperazione sul nucleare civile, come confermato dal presidente Putin».

In Italia, crescono le preoccupazioni per le ripercussioni economiche dei conflitti in corso. Secondo Confartigianato, il 40,7% dell’import energetico italiano proviene da Paesi coinvolti in crisi o in guerre, mentre le esportazioni annue verso queste aree valgono oltre 61 miliardi di euro. Ne risulta una vulnerabilità sistemica, in cui la tenuta del Made in Italy è subordinata non solo alla competitività interna, ma anche alla stabilità geopolitica del contesto euro-mediterraneo. A tale quadro si aggiunge un’ulteriore chiave interpretativa di natura macroeconomica, che consente di collegare le dinamiche regionali del Mediterraneo allargato alle trasformazioni del potere globale. Eppure il Mediterraneo potrebbe diventare cerniera di interconnessione strategica tra blocchi, ma serve una visione che superi la logica dei blocchi e sappia leggere la fluidità policentrica del nuovo ordine. Il Mediterraneo allargato non è più un confine. È un sistema complesso dove convergono transizioni energetiche, conflitti a bassa intensità, migrazioni forzate e nuove architetture geopolitiche. Chi saprà interpretarne i segnali, sarà in grado di anticipare le trasformazioni dell’ordine mondiale.

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