Bollente

La guerra navale contro l’Iran
è un “manuale” per il Pacifico

Uno degli effetti immediati dell’improvviso e devastante attacco israelo-americano all’Iran è stata la quasi completa distruzione delle forze navali iraniane. La sequenza dei bombardamenti è stata più o meno la seguente: analisi preliminare del sistema bersaglio e creazione di cartelle di obiettivi per consentire un’esecuzione rapida, convergenza tra domini per aprire corridoi per gli attacchi, creazione di un cordone per impedire la fuga e la dispersione, e infine targeting dinamico guidato dal BDA (Boot Detachment Analysis). La questione aperta – secondo gli analisti del CSIS – è se il conteggio delle navi distolga l’attenzione dalla vera misura dell’efficacia: se l’insieme di mine, USV (Uncrewed Surface Vessel; cioè droni marini) e imbarcazioni di piccole dimensioni utilizzate dall’Iran per contrasto alle minacce israelo-americane sia stato effettivamente neutralizzato o semplicemente spostato. Tale incertezza alimenterà operazioni di intelligence continue e genererà opzioni di attacco rapido simili all’utilizzo di droni MQ-9 per colpire i lanciatori di missili balistici.

In uno scenario non improbabile nel Pacifico, la lezione iraniana suggerisce, per esempio, a Taiwan di non tenere mai la propria marina concentrata in porto e di avere una rete dispersa di opzioni di contrattacco senza equipaggio. Pechino è ben posizionata per lanciare a Taiwan il tipo di campagna navale che gli Stati Uniti hanno condotto contro l’Iran.  Taiwan dovrà garantire una rotazione costante delle proprie forze navali, ampliando al contempo il numero di sottomarini e l’inventario di opzioni di attacco senza equipaggio, sia di superficie che sottomarine, in grado di colpire navi nelle immediate vicinanze. Come gli ucraini nel Mar Nero, questi droni dovrebbero includere missili antiaerei ed essere integrati con sistemi di guerra elettronica e missili da crociera mobili per la difesa costiera. Pechino deve sempre chiedersi quali altre opzioni Taiwan abbia a disposizione per colpire la sua flotta dopo un attacco contro il suo sistema di comando e controllo, la difesa aerea e le forze navali.

Per la Cina – avverte Benjamin Jensen, direttore del Futures Lab e ricercatore senior al Dipartimento di Difesa e Sicurezza del Center for Strategic and International Studies di Washington – la lezione non è che gli Stati Uniti possono affondare le navi; è che le campagne moderne cercano di affondare la flotta, accecare i sensori e distruggere i porti contemporaneamente. E se questo è il punto di riferimento, ogni marina deve chiedersi se è stata progettata prima di tutto per combattere efficacemente o per essere individuata e neutralizzata rapidamente. Gli attacchi in Iran probabilmente riaccenderanno i timori che anche una guerra limitata con gli Stati Uniti possa rapidamente trasformarsi in attacchi sul territorio continentale contro porti e depositi di carburante, oltre che contro le reti di comunicazione. Ciò spingerà inoltre Pechino a creare reti di combattimento più resilienti, in grado di sopravvivere agli attacchi dei C-5ISR-T (Command, Control, Communications, Computers, Cyber, Intelligence, Surveillance, Reconnaissance and Targeting).

La Marina statunitense ha bisogno di più navi, in particolare di sistemi senza equipaggio, nonché di una maggiore capacità di manutenzione e di scorte di munizioni più consistenti per poter condurre future campagne. La campagna illustra anche la realtà che ogni guerra è intrinsecamente congiunta e multidominio. La Marina statunitense dovrà perfezionare l’integrazione del supporto di fuoco terrestre delle Multi-Domain Task Forces e dei Marine Littoral Regiments con i bombardieri dell’aeronautica statunitense a supporto delle operazioni di posa di mine offensive. Deve inoltre essere pronta a combattere a livello globale e a condurre operazioni su scala simile a quella della campagna in Iran in molteplici teatri geografici contemporaneamente, contro avversari più capaci.

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