Secondo il piano “città umanitaria”, promosso dal ministro della Sicurezza Israel Katz e approvato dal premier Benjamin Netanyahu, fino a 600.000 palestinesi verrebbero confinati in una zona soggetta a restrizioni vicino al confine egiziano. Gli spostamenti in entrata e in uscita dall’area sarebbero praticamente impossibili, con la possibilità di partire solo da Paesi terzi, privando di fatto i palestinesi sfollati del loro diritto al ritorno.
Il canale televisivo israeliano Channel 12 ha notizia che il capo di stato maggiore delle IDF (Israel Defense Forces) Eyal Zamir ha espresso la sua opposizione al piano in una riunione a porte chiuse del gabinetto di sicurezza. Il tenente generale ha avvertito che il piano di sfollamento avrebbe prosciugato risorse vitali dalle operazioni militari e dalle missioni di recupero dei prigionieri e potrebbe costituire un crimine di guerra.
L’ufficio di Zamir – riporta al-Mayadeen – avrebbe rimarcato che lo sfollamento di massa dei civili non rientra nei compiti dell’esercito, soprattutto in seguito alle azioni legali intraprese da attivisti israeliani e internazionali per i diritti umani.
Nonostante gli avvertimenti dei suoi vertici militari e le opposizioni, Netanyahu ha dichiarato: «Ho chiesto un piano realistico», spingendo per un’operazione di sfollamento accelerata.
A conti fatti, l’operazione “città umanitaria” (un campo di concentramento, al confine egiziano) potrebbe costare ai contribuenti circa 4 miliardi di euro all’anno, una somma che inciderebbe sulle già scassatissime casse israeliane pescando dai fondi pubblici per sanità, istruzione e welfare.
E quello dei costi è un argomento – come dire? – principe a Tel Aviv.



