Tasse. L’aritmetica non è un’opinione.

Non si possono accontentare tutti. Lo sapevano bene gli antichi greci, come il poeta Teognide (VI sec. A.C.) che scrisse: «…neppure Zeus piace a tutti, né se fa piovere, né se fa splendere il sole». Lo sa anche il ceto politico dominante in Italia, il quale ha imparato che tanto vale scontentare sempre gli stessi. Se ne conoscono le reazioni (un po’ di mugugni) nonché l’inclinazione a rassegnarsi alla stregua delle popolazioni che vivono dove di tanto in tanto la Terra trema. A turare le falle, dunque, sono periodicamente chiamati quelli che non hanno difese tali da far dirottare altrove le misure prese a loro carico. La Pubblica Amministrazione ha perso da decenni il senso dello Stato e i politicanti pensano poco al bene comune e molto al proprio benessere. C’è qualche eccezione, ma niente in grado di cambiare l’andazzo.
Oltre alle considerazioni di ordine socio-antropologico-sindacale, c’è un concreto motivo economico che fa decidere di spremere i più deboli. Il fatto è che sono la maggioranza. Alla fine dell’Ottocento un tale Bernardino Grimaldi, ministro delle Finanze, annunciò l’intenzione di togliere dal groppone dei poveracci la famigerata tassa del macinato (la tassa sul pane) ma dovette rinunciare quando fece i conti (correva l’anno 1879) concluse: «…se l’aritmetica non è un opinione…» spiegando che la tassa sul macinato aveva fruttato allo Stato (nel 1869) 45 milioni di lire mentre l’imposta sui fabbricati aveva dato soltanto 32 milioni di lire.
Tra le varie misure prese per riportare il bilancio pubblico in pareggio, nel 1874 fu messa una tassa di 30 lire al quintale sulla cicoria. Perché? Quell’erba sostituiva il caffè che costava di più e così il bilancio del 1875 si chiuse con un avanzo di 14 milioni. L’aritmetica non è un opinione, mai.



