CSIS: la crisi nel Golfo Persico
avvantaggia la Cina
La paralisi nel Golfo Persico sta imponendo costi reali all’Iran, ma anche agli Stati Uniti, ai loro alleati e all’economia globale. I produttori del Golfo hanno tagliato la produzione di oltre 10 milioni di barili al giorno, le scorte si stanno riducendo e la carenza di prodotti raffinati sta già colpendo diversi Paesi, soprattutto nell’Indo-Pacifico. L’ uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) aggrava il problema.
Scrive il Center for Strategic and International Studies: «A mano a mano che le riserve di petrolio greggio, gasolio e trasporto marittimo si assottigliano, ogni shock amplifica il successivo. I segnali di mercato, per ora rappresentati da futures petroliferi deboli e mercati azionari resilienti, mascherano le tensioni sottostanti. Ma le alleanze costruite in decenni di investimenti condivisi e garanzie di sicurezza vengono messe alla prova in tempo reale. Sotto pressione, possono cambiare rapidamente».
Gli Stati Uniti hanno, ovviamente, una certa influenza e stanno attirando spedizioni reindirizzate, diventando così esportatori netti di petrolio greggio per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, e le guerre che stanno facendo danno impulso a investimenti nella cantieristica navale, nelle infrastrutture energetiche e nella reindustrializzazione. Ma questi vantaggi possono essere fragili e di breve durata.
«Senza una soluzione credibile per la crisi del Golfo – scrive il CSIS – l’incertezza continuerà a propagarsi lungo le catene di approvvigionamento, minando la stabilità macroeconomica e il clima degli investimenti necessari per la competitività tecnologica e la crescita degli Stati Uniti».
La Casa Bianca scommette che la pressione sull’Iran produrrà un ordine regionale trasformato che stabilizzerà il Medio Oriente (con Israele potenza egemone), garantendo agli Stati Uniti il controllo di un punto strategico cruciale a livello globale. Si tratta di una scommessa ambiziosa, priva di una strategia chiara a supporto. Nel frattempo, una cattiva attuazione rischia di produrre l’effetto opposto: un Iran più radicato e con maggiore influenza sui flussi energetici del Golfo, che rappresenterebbe una sfida costante per gli Stati Uniti, i loro partner (Israele in primis) e l’economia globale.
Sullo sfondo, gli analisti del CSIS vedono il confronto reale che è quello USA-Cina. Il fatto è che, mentre Washington gestisce la crisi del momento, Pechino sta sviluppando la capacità produttiva di semiconduttori, sta potenziando l’intelligenza artificiale e sta rafforzando la forza industriale.
«Gli alleati – scrive il CSIS – osservano, ricalcolano le proprie strategie e si tutelano silenziosamente. I controlli sulle esportazioni possono far guadagnare tempo, ma solamente se usati con disciplina. Se applicati in modo eccessivo, accelerano l’indigenizzazione cinese e favoriscono l’adozione di misure di controllo contrapposte che erodono proprio i vantaggi che avrebbero dovuto proteggere».



