Bollente

La resistenza dell’Iran
vista dagli analisti

La guerra contro l’Iran, scatenata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio scorso, non è andata secondo i piani. Presentata come una rapida operazione di cambio di regime, destinata a distruggere la Repubblica Islamica e a provocare una rivolta interna, l’aggressione è diventata una guerra di logoramento in cui l’Iran ha sbalordito Stati Uniti, Israele e osservatori internazionali. Sei settimane dopo i primi attacchi che hanno eliminato gran parte della leadership iraniana, è il presidente Donald Trump a sembrare disperato nel cercare una via d’uscita.

L’agenzia di stampa investigativa Drop Site News scrive: «Mentre Stati Uniti e Israele hanno bombardato l’Iran con massicci raid aerei, uccidendo più di 3.300 persone, Teheran ha inflitto danni senza precedenti alle infrastrutture militari statunitensi nel Golfo Persico. Ha costretto all’evacuazione di oltre una dozzina di basi militari e altre strutture e ha ripetutamente colpito Israele con missili balistici e attacchi di droni, nonostante le quotidiane affermazioni di Stati Uniti e Israele secondo cui la sua capacità di produzione di armi sarebbe stata praticamente annientata».

Il colpo di grazia Teheran l’ha inferto quando ha chiuso lo Stretto di Hormuz, strategicamente vitale soprattutto per l’approvvigionamento petrolifero di mezzo mondo.

Poi è arrivato un cessate il fuoco di due settimane anche se Teheran era scettica sull’accettare un accordo temporaneo con gli Stati Uniti. Per ben due volte in un anno, infatti, Stati Uniti e Israele hanno lanciato massicci attacchi militari contro l’Iran nel bel mezzo di presunti negoziati. Tuttavia, l’Iran ha proseguito con i colloqui di Islamabad, dopo aver concluso di trovarsi in una posizione negoziale più forte rispetto a qualsiasi altro momento da quando l’accordo sul nucleare del 2015 era stato annullato nel 2018 da Trump durante il suo primo mandato presidenziale.

In un’ampia intervista, Jeremy Scahill di Drop Site ha parlato con l’analista iraniano Hassan Ahmadian, professore associato di Studi sul Medio Oriente all’Università di Teheran. Dall’inizio della guerra, Ahmadian è diventato uno dei commentatori iraniani più in vista nel mondo islamico grazie alle sue apparizioni virali su Al Jazeera Arabic.

Scahill e Ahmadian hanno discusso di cosa l’Iran sarebbe disposto ad accettare come parte di un accordo con gli Stati Uniti, di come potrebbe garantire che Stati Uniti e Israele non vengano meno a un accordo e riprendano la guerra, e di come l’Iran affronterà la questione delle sue scorte di uranio arricchito.

Ahmadian ha ribadito: «Gli iraniani non si fidano affatto dell’amministrazione Trump. Ma ritengono di poter bilanciare in modo asimmetrico il potere degli Stati Uniti e di poterli respingere».

In merito al processo decisionale interno in Iran, ai confronti tra i vari livelli (politico, religioso e militare) e al ruolo del presidente del Parlamento Mohammed Baghar-Ghalibaf, principale negoziatore di Teheran negli attuali colloqui con gli Stati Uniti, Ahmadian ha descritto la strategia iraniana mirata al ripristino della deterrenza e dell’equilibrio regionale dopo la fine dell’aggressione israelo-americana.

In conclusione, ha detto il prof di Teheran: «Nominate un altro sistema i cui vertici siano stati assassinati e che sia in grado di continuare e persino di condurre una guerra di rappresaglia contro due grandi nemici. Non vedo alcun parallelo storico: questo la dice lunga sul livello istituzionale e istituzionalizzato del sistema iraniano».

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