Mantecato

I Paesi BRICS+ sono diversi
ma lavorano insieme

Il blocco BRICS+ comprende il 45% della popolazione mondiale e il 36% del PIL globale. Nello scorso febbraio i rappresentanti di tutti i Paesi membri si sono riuniti in India all’insegna di Building for Resilience, Innovation, Cooperation an Sustaninability (BRICS) a significare che l’acronimo, creato alla fondazione dalle iniziali di Brasile, Russia, India e Cina, comprende oramai una realtà molto più ampia.

Non mi accodo a chi sostiene che sia una alleanza antioccidentale e scelgo di citare un’analisi pubblicata dall’Eurispes. Si tratta di uno studio di Giovanni Barbieri, del Centro di Ricerche in Analisi Economica e sviluppo economico internazionale CRANEC, Università Cattolica Sacro Cuore, Milano.

Cosa dice Barbieri? Che il «BRICS Plus non è né il blocco anti-egemonico che i suoi sostenitori celebrano né l’irrilevante club di discussione che i critici liquidano. È una piattaforma di coordinamento dove Stati con preferenze eterogenee perseguono modelli di cooperazione selettiva preservando flessibilità strategica». Il plus (+) è stato aggiunto da quando ai Paesi fondatori se ne sono aggiunti altri.

E poi spiega: «Nel mondo multicentrico, l’efficacia istituzionale richiede di accettare l’eterogeneità piuttosto che imporre l’unità. La frammentazione di BRICS potrebbe essere la sua più grande risorsa: permette agli Stati di cooperare dove gli interessi convergono e di competere dove divergono, preservando quell’autonomia strategica che li ha riuniti».

Uno degli obiettivi è stato fin dall’inizio il sistema di pagamento alternativo al dollaro, ma è rimasto sulla carta. Per Russia e Iran, esclusi da SWIFT (il sistema finanziario globale per bonifici internazionali), rappresenta una necessità esistenziale. Ma per India, Brasile ed Emirati Arabi comporta rischi di sanzioni secondarie e destabilizzazione dei rapporti finanziari occidentali. L’Arabia Saudita, poi, si oppone radicalmente a qualsiasi iniziativa che metta in discussione il sistema del petrodollaro, fondamento del suo modello economico e del rapporto di sicurezza con gli Stati Uniti (almeno fino alla crisi generata dall’aggressione israelo-americana all’Iran).

L’analisi delle dinamiche interne rivela tre cluster distinti. Il nucleo revisionista, Russia, Iran e, in misura più sfumata, Cina, esprime una profonda insoddisfazione verso l’ordine globale esistente. India, Brasile, Emirati e Arabia Saudita perseguono riforme selettive mantenendo l’autonomia strategica e privilegiando il pragmatismo economico. Sudafrica, Egitto ed Etiopia si concentrano primariamente sull’accesso ai finanziamenti per lo sviluppo.

Questa eterogeneità spiega perché alcune iniziative abbiano successo mentre altre falliscono. La Nuova Banca di Sviluppo (New Development Bank NDB con sede a Shangai) vanta oltre 30 miliardi di dollari di progetti approvati e rating AAA. E’ un’organizzazione economica internazionale (lingue ufficiali: cinese, hindi, inglese, arabo, afrikaans, russo, portoghese) che funziona perché: 1) allinea gli interessi materiali di tutti i membri, 2) mantiene una bassa complessità istituzionale (approvazioni progetto per progetto), 3) neutralizza le rivalità attraverso share allocation (ripartizioni delle azioni) paritarie tra i fondatori.

Siamo all’inizio, ma le guerre in corso stanno già accelerando dei processi fino a ieri impensabili.

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