A Tavola

L’Europa non fa figli e invecchia
A rischio il sistema di welfare

In tutta Europa, i tassi di natalità sono in calo, la popolazione sta invecchiando e sempre meno giovani entrano nel mondo del lavoro. Si è inceppato il meccanismo per cui i lavoratori di oggi finanziano le pensioni e l’assistenza sanitaria per gli anziani e domani altri faranno lo stesso per loro.  La riforma delle pensioni è già diventata una delle questioni politicamente più delicate in Europa, e la sostenibilità del sistema di previdenza sociale è una preoccupazione costante. Queste pressioni politiche continueranno a intensificarsi con l’invecchiamento della popolazione.

Ma possono i governi convincere le persone ad avere più figli? Affinché una popolazione rimanga stabile nel tempo, le donne dovrebbero avere in media circa 2,1 figli. Il tasso di fertilità totale nell’Unione Europea, dice l’Eurostat, è sceso a 1,34 nati vivi per donna. Nel 2024 (ultimo anno analizzato per le statistiche) sono nati 3,55 milioni di bambini, con un calo del 3,3% rispetto all’anno precedente. I Paesi con tasso di fertilità più alto sono risultati la Bulgaria (1,72), la Francia (1,61) e la Slovenia (1,52). Quelli con fertilità più bassa sono: Malta (1,01), Spagna (1,10), Lituania (1,11) e Polonia (1,14). L’Italia è ferma a 1,18 figli per donna, tra i più bassi dell’Unione. Abbiamo anche il primato per l’età media più alta delle madri al primo figlio, pari a 31,9 anni.

Gli Stati Uniti sono solo leggermente meno esposti. Il loro tasso di fertilità, a lungo più alto di quello europeo, è anch’esso sceso ben al di sotto del livello di sostituzione. Secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, nel 2024 è sceso a 1,6.

Il calo delle nascite non è stato considerato un problema urgente dalla politica anche perché i suoi effetti si manifestano soltanto dopo decenni. A conti fatti, un calo delle nascite non si traduce in una carenza di lavoratori se non circa una generazione dopo e quindi la politica, in massima parte impegnata per il giorno dopo, non se n’è mai occupata. E’ arduo trovare nel ceto politico dominante nell’Unione Europea qualcuno che abbia una visione proiettata nel futuro. E’ il presente ciò che tiene occupate le menti. Quando le scuole si svuotano e i sistemi pensionistici iniziano a risentirne, la traiettoria demografica è ormai segnata e, a quel punto, la politica cerca i rimedi. E inventa le risposte: comincia a parlare del costo eccessivo degli alloggi, della la priorità data dalle donne alla carriera, della perdita di influenza della religione, fino ad arrivare a spiegare il calo demografico con la paura del cambiamento climatico che fa percepire l’avere figli come un atto inutile e crudele.

Personalmente non credo alle spiegazioni “economiche”. L’Italia povera è sempre stata più che fertile: le famiglie numerose erano la maggioranza quando si guadagnava poco e a fatica. Poi cominciò la propaganda “intelligente” contro i “troppi” figli. A me (con 5 figli) chiedevano furbetti: ma in casa non ce l’hai la tv? Film e inchieste televisive mostravano che erano le coppie a bassa scolarità ad avere più figli (senza fare minimamente accenno alle prolifiche dinastie di ricchi) e che le vittime erano le donne continuamente ingravidate. Avere un figlio unico diventò di moda ed eccoci qua.

Senza piangere sul latte versato, va comunque annotata una contraddizione economica fondamentale: i figli sono uno svantaggio economico per le famiglie che li crescono anche se sono essenziali per lo stato sociale (rapporto lavoratori/pensionati).

Nel mondo contadino, per esempio, i figli contribuivano con il lavoro e garantivano sicurezza nella vecchiaia. Oggi, come spiega a POLITICO Eva Beaujouan, demografa dell’Università di Vienna, «Sebbene avere figli sia necessario per il funzionamento del sistema di welfare, essi non svolgono una funzione economica all’interno del nucleo familiare».

Il rimedio più immediato è quello di favorire l’immigrazione, ma, a parte il fatto che le donne immigrate subito si adeguano alla “moda” e smettono di fare figli, gli effetti a lungo termine dell’immigrazione su larga scala non si stanno profilando migliori della detanalità.

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