Nella guerra delle narrazioni
ha fatto irruzione la Cina

L’Amministrazione del presidente Trump ha intensificato la pressione sui media statunitensi per come raccontano la guerra contro l’Iran. Brendan Carr, capo della Commissione federale per le comunicazioni, ha avvertito che le emittenti potrebbero rischiare la revoca della licenza se la loro copertura del conflitto venisse ritenuta fuorviante o contraria all’“interesse pubblico“.
Nella prima settimana della guerra in Ucraina, 251 articoli dei media britannici avevano descritto le azioni della Russia come un’“invasione illegale”. Nella prima settimana successiva agli attacchi israelo-americani contro l’Iran, solo 82 articoli si riferivano al bombardamento come a un “attacco illegale“. Un’analisi pubblicata dalla CNN ha descritto come la Casa Bianca, il Pentagono e il Comando Centrale degli Stati Uniti abbiano diffuso video altamente stilizzati che ritraggono la guerra in termini cinematografici.
Marc Owen Jones, professore alla Northwestern University in Qatar e studioso di analisi dei media, ha affermato che gli sforzi dell’Iran per vincere la guerra della narrazione sono una parte fondamentale della sua strategia, perché sa di non poter vincere militarmente. Secondo gli analisti, i video virali creati da autori iraniani sono di alta qualità, pur essendo economici, e colpiscono le crepe della politica statunitense, mobilitando al contempo un pubblico mondiale contro la lunga storia di guerre e abusi globali degli Stati Uniti.
Uno studio del Centro statunitense per lo studio dell’odio organizzato (CSOH) rileva che la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha “accelerato” la diffusione di contenuti dannosi rivolti ai musulmani americani sulle piattaforme dei social media.
La narrazione dei fatti, dunque, è un dato fondamentale delle guerre contemporanee. Non che prima la propaganda di guerra non fosse importante e qui cito soltanto i Commentarii di Giulio Cesare, ma oggi è un’arma strategica al pari dei missili a lunga gittata.
In questa rinnovata strategia comunicativa, la Cina ha fatto irruzione creando non pochi problemi agli assetti mondiali. Un’analisi della strategia cinese la leggo su Eurispes (Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali) a firma Gabriele Cicerchia (che non so chi sia).
«Per oltre trent’anni – leggo sul sito Eurispes – dopo la fine della Guerra fredda l’Occidente ha goduto di una posizione quasi monopolistica nella definizione del linguaggio della politica internazionale. I principali media globali, gran parte del sistema accademico e numerose istituzioni multilaterali hanno contribuito a diffondere una narrazione relativamente coerente dell’ordine mondiale: quella dell’integrazione economica, della globalizzazione liberale e della progressiva universalizzazione di determinati standard politici».
Pechino considera il sistema informativo globale non soltanto uno spazio di comunicazione, ma un vero e proprio terreno di competizione strategica. Se il linguaggio attraverso cui il mondo interpreta la politica internazionale è prodotto prevalentemente in Occidente, allora quel linguaggio diventa esso stesso uno strumento di potere.
Nel dibattito accademico e politico interno alla Repubblica Popolare si è consolidata l’idea che la Cina debba rafforzare la propria capacità di comunicazione internazionale per riequilibrare l’architettura narrativa del sistema globale. Questa strategia si fonda su una combinazione di elaborazione teorica, costruzione istituzionale e pratica comunicativa.
Spiega Cicerchia : «Università, centri di ricerca e think tank hanno avviato un ampio dibattito sulla reinterpretazione di concetti come soft-power e diplomazia pubblica. Categorie nate nel contesto occidentale vengono progressivamente rielaborate alla luce della tradizione politica cinese e integrate in una visione più ampia della competizione globale. Pechino ha costruito una rete sempre più articolata di strumenti di comunicazione internazionale. Media globali, piattaforme digitali, istituti culturali e programmi di cooperazione accademica costituiscono i nodi di un’infrastruttura narrativa destinata a rafforzare la presenza cinese nello spazio informativo mondiale».
L’obiettivo ultimo è chiaro: ridurre l’asimmetria informativa che caratterizza il sistema globale.
Di fronte alla crescente instabilità internazionale, Pechino continua a ribadire alcuni princìpi ricorrenti della propria diplomazia: rispetto della sovranità statale, non interferenza negli affari interni e rifiuto dell’uso della forza come strumento ordinario delle relazioni internazionali.
Negli ultimi due decenni la Cina ha progressivamente eroso il cosiddetto Washington Consensus, il paradigma economico promosso da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale fondato su liberalizzazioni, privatizzazioni e riforme istituzionali spesso percepite come imposte dall’esterno. La narrativa cinese si presenta invece in modo diverso: Pechino sostiene di offrire infrastrutture, investimenti e tecnologia senza pretendere trasformazioni politiche o istituzionali. Per molti governi africani o latinoamericani questo approccio viene percepito come una forma di emancipazione dal paternalismo occidentale. In questa prospettiva lo sviluppo economico diventa il primo dei diritti fondamentali.



