Le specie aliene invasive
costano in soldi e in salute

Le invasioni biologiche rappresentano una minaccia globale per la biodiversità, i servizi ecosistemici e le economie dei paesi colpiti; contribuiscono al 60% delle estinzioni globali registrate e minacciano la sicurezza alimentare. Le specie invasive (Invasive Alien Species IAS) generano costi globali di circa 423 miliardi di dollari all’anno, rappresentando un complesso problema ambientale globale che richiede approcci integrati per mitigarne i rischi e gli impatti sulla biodiversità. Diverse attività umane hanno introdotto più di 37.000 specie esotiche in regioni e biomi di tutto il mondo.
Leggo su Academia.edu Journals: «Nell’ambito del diritto internazionale, si contano circa 200 accordi relativi a questioni ambientali (Multilateral Environmental Agreements MEA). Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable development goals SDG) dell’ONU rappresentano un’iniziativa globale di azioni volte a salvaguardare il pianeta e migliorare il benessere umano. Questi accordi sono caratterizzati dalla loro volontarietà e universalità e si rivolgono alle specie aliene invasive, cercando di prevenirne l’introduzione e di ridurne significativamente l’impatto sugli ecosistemi terrestri e acquatici e di controllare o eradicare le specie prioritarie entro il 2030».
Il diritto internazionale, attraverso accordi, offre meccanismi che spaziano dal rafforzamento delle capacità, ai certificati, dalle linee guida, alle liste rosse e ai rapporti degli Stati. L’efficacia degli accordi internazionali e la loro attuazione dipendono dalla disponibilità di risorse finanziarie. Tra i trattati internazionali relativi alla gestione delle specie aliene invasive, la Convenzione sulla diversità biologica (Convention on Biological Diversity CBD) impone alle parti di «prevenire, per quanto possibile e opportuno, l’introduzione, nonché di controllare ed eradicare le specie aliene che minacciano gli ecosistemi, gli habitat o le specie».
Secondo Marcelo Iturburu, del ministero dell’Ambiente dell’Uruguay, e Gonzalo Iglesias, Ernesto Brugnoli e José Carlos Guerrero dell’Università della Repubblica, Montevideo (i quali hanno condotto approfonditi studi soprattutto per l’America del Sud): «Tale obbligo è vincolante; tuttavia, è formulato in termini generali, lasciando alle parti la scelta dei mezzi appropriati per attuarlo».
In tale articolo, la CBD riconosce il contributo degli strumenti e delle organizzazioni internazionali esistenti, tra cui la Convenzione internazionale per la protezione delle piante (International Plant Protection Convention IPPC), l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Food and Agriculture Organization FAO), l’Organizzazione marittima internazionale (International Maritime Organization IMO), l’Organizzazione mondiale della sanità (World Health Organization WHO) e l’Organizzazione mondiale per la salute animale (World Organization for Animal Health WOAH).



