Giappone e USA d’accordo:
no alle terre rare cinesi
L’accesso alle terre rare, ha detto Jane Nakano, esperta di sicurezza energetica al CSIS, rimane «il grande tallone d’Achille del Giappone». Tom Moerenhout, responsabile della Critical Materials Initiative al Center on Global Energy Policy della Columbia University, ha dichiarato: «Per quanto riguarda le terre rare pesanti, e nello specifico il disprosio, la dipendenza dalla Cina rimane ancora molto forte. Per questa particolare terra rara, il Giappone ha intrapreso tutte le azioni corrette per diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, ma ciò dimostra quanto tempo ci voglia per ottenere risultati concreti sul campo».
Il Giappone lavora per rendersi indipendente dalla Cina e così sono aumentate le tensioni tra i due Paesi tant’è che, dopo che la premier nipponica Sanae Takaichi aveva affermato che un potenziale blocco o la conquista di Taiwan avrebbe rappresentato una «situazione di pericolo per la sopravvivenza» del Giappone, la Cina aveva bloccato le esportazioni di terre rare e magneti.
Molte aziende giapponesi, nonostante le scorte e le riserve siano sufficienti a tappare i buchi, mesi di interruzione hanno avuto un impatto significativo, stanno passando, ha detto Moerenhout, alla «modalità di emergenza assoluta».
E sempre più aziende hanno lanciato l’allarme. L’agenzia Reuters ha riportato che delle 200 comunicazioni presentate alla Borsa di Tokyo (tra maggio e giugno) relative alle terre rare, oltre due terzi avvertivano che i controlli sulle esportazioni imposti dalla Cina stavano avendo un impatto negativo o minacciavano di averlo.
Tokyo sta anche rivolgendo sempre più attenzione alle risorse sottomarine per sfruttare le terre rare negli abissi marini. Ma nonostante tutti questi sforzi, la vera prova potrebbe essere se le aziende giapponesi riusciranno a resistere alla continua pressione della Cina.
Intanto, la Casa Bianca ha ordinato ai produttori statunitensi di interrompere l’approvvigionamento di terre rare, magneti e altri minerali selezionati dalla Cina entro la fine di quest’anno, sebbene non sia ancora chiaro se saranno in grado di rispettare tale scadenza.
Washington ha acquisito partecipazioni azionarie in società minerarie; ha potenziato il sostegno federale al settore; ha siglato accordi all’estero, anche con Tokyo; ha annunciato una riserva di 12 miliardi di dollari; ha proposto la creazione di un blocco globale per il commercio di minerali; e ha tentato di imporre la propria volontà in merito all’importazione di minerali da altri Paesi.
Sia per Tokyo che per Washington, la corsa alla diversificazione economica per allontanarsi da Pechino è in pieno svolgimento. Ma ci vorrà tempo per liberarsi completamente.



