Dal Vietnam all’Indonesia
soltanto lavori precari per i giovani
Prevale la gig economy basata sul lavoro occasionale

Trovare lavoro per un giovane è difficile anche in Asia. Ajay Banga, il banchiere nominato da Trump presidente della Banca Mondiale, prevede che nei prossimi 10-15 anni, le economie emergenti creeranno circa 420 milioni di posti di lavoro, mentre ad affacciarsi al mercato del lavoro saranno 1.200 milioni di giovani. Di quali Paesi sto parlando?
Comincio dal Vietnam, dove nel terzo trimestre di quest’anno, il PIL è cresciuto del 9,95%, mentre si espande un fenomeno sociale chiamato “trễ không“, cioè niente lavoro, niente istruzione e niente formazione. A patire il “trễ không” (“troppo tardi”), è l’11,2% dei giovani vietnamiti (un milione e seicentomila, nell’età compresa tra i 15 e i 24 anni).
In molte altre economie di quella regione asiatica, i livelli sono persino più alti, come dicono i dati del 2025 diffusi dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. L’Indonesia si attesta al 21,5%, la Thailandia è al 12,9%, le Filippine al 12,7%, e la Malesia si ferma al 10,3%. Nella regione, soltanto Singapore ha un tasso inferiore al 10%.
In tutta quell’area, i giovani sono sempre più propensi a conseguire una laurea. Tuttavia, molti dei posti di lavoro che vengono creati non sono di buona qualità. In Indonesia, per esempio, non soltanto la maggior parte dei nuovi posti di lavoro si concentra in settori a bassa produttività come l’agricoltura e la ristorazione, ma, secondo una ricerca della Banca Mondiale, l’occupazione informale, cioè senza contratto né garanzie, sta assorbendo una quota crescente di lavoratori qualificati.
In Thailandia, la creazione di posti di lavoro di alta qualità è diminuita dal 2021, con una crescita occupazionale trainata da settori a bassa produttività. I lavoratori hanno addirittura iniziato ad abbandonare le città, tornando alle aziende agricole di famiglia.
Anche la crescita relativamente sostenuta dei posti di lavoro qualificati in Malesia non è riuscita a tenere il passo con il numero di persone con istruzione terziaria. In Vietnam i laureati entrano nella gig economy (gig significa lavoretto e già questo ne denuncia la precarietà) come autisti per le consegne, per esempio.
Non ci vuole la palla di vetro per prevedere che un elevato numero di giovani istruiti e frustrati può causare gravi problemi sociali. L’anno scorso, abbiamo già visto numerose proteste guidate dai giovani. Ad aggiungere olio bollente sulle piaghe, troviamo i social media trasformati in irritanti mezzi di frustrazioni. I giovani vedono sui social le vite di lusso condotte da giovani e vecchi privilegiati che postano on line le immagini del loro benessere. Beh, pensate ad un affamato dinanzi ad uno che stramangia felice. La reazione non può che essere violenta.



