A Tavola

Perché gli USA non liberano Hormuz?
E’ complicato, dice il generale

Il vicepresidente politico della Marina dell’Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC), Mohammad Akbarzadeh, ha dichiarato: «Lo Stretto non è più considerato un tratto ristretto attorno a una manciata di isole, ma la sua portata e importanza militare sono state notevolmente ampliate. Lo Stretto è ora definito come una zona strategica che si estende dalla città di Jask a est fino all’isola di Siri a ovest». Sebbene le forze navali iraniane siano state bombardate dagli israelo-americani, l’Iran ha continuato ad attaccare navi nella regione con missili da crociera, droni e una flotta di piccole imbarcazioni d’attacco. E mentre il presidente Trump ripete che l’obiettivo primario sia garantire che l’Iran non si doti mai di un’arma nucleare, lo Stretto di Hormuz rimane il punto critico più urgente.

La Commissione per gli stanziamenti del Senato ha chiesto al generale Dan Caine, presidente del Joint Chiefs of Staff, come sia possibile che, nonostante i vasti investimenti nella difesa nazionale e nelle forze armate statunitensi, l’Iran riesca ancora a chiudere lo Stretto.

«È complicato»: ha risposto Caine. Il Joint Chiefs of Staff fornisce consulenza al presidente, al segretario della Guerra e al Consiglio di Sicurezza Nazionale su questioni militari. È composto dai massimi leader di tutte le branche delle forze armate ed è guidato dal presidente USA, che è il comandante in capo.

Jay Hurst, responsabile del controllo di gestione del Pentagono, ha ammesso che la guerra è costata finora ai contribuenti statunitensi 29 miliardi di dollari: 4 miliardi in più dei 25 stimati lo scorso 30 aprile. La cifra è comunque parziale, perché, come ha detto Hurst, non sono inclusi i costi per la riparazione dei danni alle installazioni militari statunitensi in Medio Oriente.

Un’analisi del Washington Post ha rilevato «217 strutture e 11 pezzi di equipaggiamento danneggiati o distrutti in 15 siti militari statunitensi nella regione».

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