La guerra civile in Sudan:
una catastrofe generazionale
Humanity & Inclusion, un’ONG internazionale che si occupa di persone disabili e vulnerabili in situazioni di estrema difficoltà, ha dichiarato ieri (giovedì 16/04/26) che in Sudan la situazione continua a peggiorare a causa della persistenza della violenza, del collasso dei servizi essenziali e della minaccia rappresentata dagli ordigni inesplosi. L’ONG stima che 11,6 milioni di persone siano state sfollate a causa della guerra e che oltre 33 milioni necessitino di assistenza umanitaria, aggiungendo che più di tre milioni di persone erano già rientrate nelle proprie case entro la fine di gennaio 2026, di cui 700.000 dall’estero. La maggior parte dei rimpatri si è verificata negli Stati in cui la violenza si era in gran parte attenuata, come Khartoum, il Nilo Azzurro e Gezira.
Intanto il governo sudanese ha accusato l’Etiopia di aver agevolato gli attacchi con droni contro il suo territorio, formulando la prima accusa formale di interferenza diretta da parte di Addis Abeba nella guerra che imperversa nel Paese da quasi tre anni. L’accusa è particolarmente delicata, viste le tensioni di lunga data lungo il confine tra Sudan ed Etiopia, soprattutto nella regione contesa di al-Fashaga, dove negli ultimi anni si sono verificati scontri a intermittenza.
Le stragi israeliane a Gaza e in Libano, i bombardamenti israelo-americani sull’Iran, la crisi petrolifera per il blocco dello Stretto di Hormuz, la guerra in Ucraina: sono questi i temi che aprono le prime pagine dei media di tutto il mondo. Della guerra civile in Sudan si occupano soltanto gli specialisti.
Marco Omizzolo, sociologo e ricercatore dell’Eurispes (Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali), ha scritto un’analisi dalla quale copio e incollo alcuni brani e invito eventuali interessati ad andare sul sito dell’Eurispes per leggere l’intervento completo.
Dal 15 aprile del 2023, ricorda Omizzolo, il Sudan è precipitato in una guerra civile che può essere definita totale. I combattimenti sono scoppiati a Khartoum, la capitale, ed hanno comportato un’escalation di lotte per il potere. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, lo scorso 8 marzo, aveva adottato una risoluzione redatta dal Regno Unito che chiedeva, peraltro inutilmente, la cessazione immediata delle ostilità almeno durante il mese del Ramadan.
A combattere sono le Forze Armate Sudanesi (SAF) fedeli al generale Abdel Fattah al-Burhan, capo della giunta militare del Paese, e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF), un insieme di milizie che seguono l’ex signore della guerra, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti (il piccolo Mohamed), noto anche per essere intervenuto con le sue truppe nei conflitti in Yemen e Libia.
Dalla primavera del 2023, con sporadici tentativi falliti di cessate il fuoco (negoziati attraverso la Piattaforma Jeddah sponsorizzata dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti), la situazione in Sudan è andata deteriorandosi mediante una escalation militare che non ha mancato di colpire, senza alcuna pietà, la popolazione soprattutto del Darfur, la regione divisa in cinque Stati (il Sudan è una repubblica federale).
«Il Darfur – ha spiegato Omizzolo – è un’area abitata da circa 9 milioni di persone ed è il centro del conflitto in corso perché rappresenta la storica roccaforte del leader di RSF Hemedti».
Le stragi consumate da RSF contro le comunità dei Masalit, ormai decimate, hanno fatto esplodere la crisi umanitaria su storiche radici di forte conflitto etnico, di contrasti decennali tra la parte araba della popolazione e il resto della popolazione africana e per il controllo armato delle risorse del Paese.
I costi di questa strage, che comprendono i pagamenti dei salari dei combattenti, dei mercenari e lobbisti vari, secondo gli esperti dell’ONU, sarebbero sostenuti da una «complessa rete finanziaria, organizzata dalle RSF prima e durante la guerra» per mezzo delle ricchezze accumulate con l’estrazione e la commercializzazione, spesso illegale, dell’oro, business gestito da una cinquantina di compagnie controllate per la maggior parte dalla famiglia e dagli associati del suo comandante Dagalo che non mancano di praticare la schiavitù.
Il conflitto ha anche portato alla chiusura di un gran numero di scuole, con un numero totale di bambini che in Sudan non frequentano la scuola che raggiunge i 19 milioni (il 68% dei sudanesi ha meno di trent’anni, il 41% ne ha meno di 15). Soprattutto, la mancanza di cibo e acqua potabile sta portando il Sudan ad una «catastrofe generazionale».
«Anche i paesi limitrofi al Sudan – ha sottolineato il ricercatore Eurispes – vivono una fase complicata. Etiopia, Chad e Sud Sudan, infatti, sono stati colpiti da sconvolgimenti politici e guerre civili. I rapporti del Sudan con l’Etiopia, in particolare, sono tesi a causa di questioni quali la nuova diga etiopica sul Nilo (la diga del Rinascimento) e i terreni agricoli contesi lungo il loro confine».
Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e, più recentemente, Iran sono tra le potenze in lotta per l’influenza in Sudan. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti avevano visto il tentativo del Sudan di passare a un governo a guida civile come un’opportunità per respingere l’influenza dell’integralismo islamico e dei Fratelli Musulmani nella regione. Insieme con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna formano il “Quad”, che ha sponsorizzato la mediazione in Sudan insieme alle Nazioni Unite e all’Unione Africana.



