Amal Khalil uccisa da Israele
per decapitare l’informazione
Il metodo israeliano di tagliare le teste non si applica soltanto a presidenti, politici, diplomatici, militari che Tel Aviv considera ostacoli nell’espanSionismo, ma anche ai giornalisti. Alcune volte Israele prova a giustificarsi adducendo errori dei militari sul campo, altre volte nemmeno risponde a chi chiede ragioni lasciando immaginare che si tratta di punizioni meritate.
Anche con la giornalista libanese Amal Khalil assassinata mercoledì (22/04/26) con un attacco mirato dell’esercito israeliano nella città di Tiro, nel sud del Libano, la ragione dell’omicidio sta nella sua “complicità” con la guerriglia libanese.
Per capire la dinamica bisogna risalire al settembre del 2024, quando Khalil era stata minacciata di morte da Gideon Gal Ben Avraham, un commentatore televisivo presente su YouTube, che appare sovente sulla televisione israeliana nelle vesti di ufficiale in pensione che “aiuta” l’intelligence di Tel Aviv. La barba finta israeliana le aveva spesso intimato di lasciare il Paese «se vuole conservare la testa sulle spalle».
Contattato dall’agenzia di stampa investigativa Drop Site News, Ben Avraham ha confermato di aver inviato le minacce nel 2024. «Invio saluti a tutti i giornalisti affiliati a Hezbollah, perché chiunque lavori per l’organizzazione deve sapere che è destinato alla morte», ha scritto, chiarendo in seguito di considerare «affiliato a Hezbollah» Al-Akhbar (“Le notizie”; quotidiano pubblicato a Beirut) e che «solamente chi è legato a Hezbollah dovrebbe temere», mentre i maroniti e i sunniti non dovrebbero affrontare tali minacce.
Gli analisti dicono che la giornalista è stata presa di mira aguardando alla cronologia dell’accaduto.
Khalil e Zeinab Faraj, fotoreporter freelance, si trovavano entrambi nel Libano meridionale per documentare i recenti attacchi al villaggio di Bint Jbeil (semidistrutto nonostante la tregua). Secondo Al-Akhbar, l’auto che li seguiva è stata colpita da un drone israeliano alle 14:45, uccidendo due uomini a bordo. Khalil e Faraj si sono rifugiati in una casa vicina.
Alle 14:50 Khalil ha contattato i suoi redattori e la sua famiglia, secondo quanto riportato dalla giornalista libanese Courtney Bonneau. La notizia dell’incidente si è diffusa rapidamente, spingendo il presidente libanese Joseph Aoun a rilasciare una dichiarazione in cui chiedeva alla Croce Rossa di intervenire per salvare i due giornalisti in coordinamento con l’esercito libanese e le Nazioni Unite.
Alle 16:27, la casa in cui i due giornalisti si erano rifugiati è stata bombardata dall’esercito israeliano e si sono persi i contatti con loro, secondo quanto riportato da Al-Akhbar.
Al Jazeera riferisce che Israele non ha risposto alle richieste di accesso, ostacolando qualsiasi operazione di soccorso. Secondo il Committee to Protect Journalist (CPJ), alla Croce Rossa è stato infine concesso un accesso limitato al sito, che è rimasto sotto il fuoco nemico.
Sono riusciti a evacuare Faraj, che ha riportato gravi ferite alla testa, e a recuperare i corpi di altri due civili rimasti uccisi. Tuttavia, sono stati costretti a ritirarsi prima di trovare Khalil a causa dei continui bombardamenti e del fuoco diretto contro le squadre di soccorso e i veicoli.
Il veicolo della Croce Rossa che trasportava il giornalista Faraj all’ospedale governativo di Tubnin è stato colpito da colpi di arma da fuoco israeliani, e l’agenzia di stampa statale National News Agency riferisce che sono visibili i segni dei proiettili sul veicolo.
«I ripetuti attacchi nello stesso luogo, il fatto di aver preso di mira un’area in cui si trovavano dei giornalisti e l’ostruzione dell’accesso medico e umanitario costituiscono una grave violazione del diritto internazionale umanitario»: ha dichiarato Sara Qudah, direttrice regionale di CPJ. Ricordo che ilComitato per la protezione dei giornalistiè l’organizzazione non profit indipendente (con sede a New York) che promuove la libertà di stampa a livello mondiale.



