A Tavola

I folli piani di Israele
mettono tutti in pericolo

Il giornalista Eli Clifton, cofondatore del Quincy Institute for Responsible Statecraft, e il professor Ian S. Lustick, del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università della Pennsylvania, hanno scritto: «L’obiettivo della politica estera e di sicurezza di Israele diventa quindi semplice, seppur stravagante: affermarsi come egemone regionale, possedendo l’unico arsenale nucleare del Medio Oriente, dotato di una potenza militare convenzionale sufficiente per operare in tutta la regione con rischi minimi e pronto a schiacciare qualsiasi coalizione di avversari».

Non ci sono limiti, ma tutto è consentito. I bombardamenti sull’Iran e gli omicidi dei principali esponenti dell’establishment iraniano avevano al fondo un’idea folle: trasformare la Repubblica Islamica dell’Iran, 93 milioni di abitanti a maggioranza musulmana, in un alleato. Idea folle avanzata anche in un post su Instagram due settimane dopo l’inizio della guerra da Sara Netanyahu, l’influente moglie del primo ministro. Il post raffigurava due leoni appoggiati l’uno all’altro, con lo sguardo rivolto al futuro: uno avvolto nella bandiera di Israele, l’altro in quella dei Pahlavi, gli ultimi scià dell’Iran.

Forse l’idea sarebbe sembrata meno “fantastica”, diciamo così, se l’erede del Trono del Pavone fosse stato un uomo capace di smuovere i sentimenti filomonarchici, ma Israele ha avuto la sfortuna di puntare su un personaggio “anonimo”, e mi fermo qui.

A proposito di “follie” made in Israele, la webzine The Intercept riporta un’intervista di sei anni fa di Aluf Benn, direttore del quotidiano israeliano Haaretz, allo scienziato politico Yehezkel Dror, docente alla The Hebrew University of Jerusalem e morto a gennaio scorso. Complimentandosi con i leader israeliani per aver espulso dal paese tanti palestinesi quanti ne erano stati espulsi nel 1948, Dror insistette sulla correttezza del suo piano per un attacco israeliano all’Iran (6 anni fa!). Il professore immaginava come gli Stati dotati di potenti armi moderne potessero agire in modi radicalmente contrari alle norme accettate o ai calcoli previsti. Gli Stati normali avrebbero dovuto comportarsi diversamente nei confronti di avversari considerati “folli”, passando da strategie di deterrenza e autodifesa a strategie di distruzione e attacco preventivo. Il sottotesto neanche troppo velato dell’argomentazione era quello di etichettare tutti gli avversari di Israele come “folli”, giustificando così l’uso di qualsiasi mezzo, inclusi la sovversione, la guerra preventiva e persino l’annientamento, contro di loro.

Dror sottolineava che il tipo di follia che aveva in mente – così pericolosa per la comunità mondiale da non escludere alcuna misura per sconvolgerla o distruggerla – richiedeva la capacità di pensare con chiarezza, pianificare sistematicamente e agire efficacemente. In tal modo, distingueva l’irrazionalità dalla follia. Per essere classificato come folle, uno stato o un movimento non deve solo avere i mezzi per proiettare il proprio potere con effetti devastanti; deve anche dimostrare la capacità di agire in modo calcolato, in modo da poter imparare dagli errori e ideare tecniche migliori e più efficaci per raggiungere i propri (folli) obiettivi.

Ecco le caratteristiche che Dror aveva individuato per identificare uno stato di follia: il perseguimento aggressivo di obiettivi di vasta portata dannosi per gli altri; un impegno radicale e intenso per raggiungere tali obiettivi; e l’adozione di un atteggiamento di superiorità morale anche in palese contraddizione con le norme internazionali, sia etiche che legali.

Scrivono Clifton e Lustick: «Utilizzando questi parametri – obiettivi, mezzi e posizione pubblica – possiamo chiederci se Israele stesso sia folle. Se lo è, allora, affinché la lobby israeliana abbia successo, le politiche statunitensi nei confronti di Israele e del Medio Oriente devono essere a loro volta folli e quindi pericolose per gli interessi americani e per il mondo».

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