Mantecato

2778° ab Urbe condita
gli anni dei Russi a Roma

Di articoli storico-rievocativi sul Natale di Roma ce ne saranno a iosa e perciò, dal solco tracciato da Romolo, balzo in un campo poco arato; vado cioè nell’Urbe così com’è stata vista dagli artisti russi che l’hanno visitata e abitata. Nell’Ottocento fu istituita un’Accademia (lo scrittore Nikolaj Gogol aspirò a diventarne il primo segretario) ma soltanto sulla carta. Qui saccheggio il volume “Roma russa” di Aleksej Kara-Murza (ed. Teti, 2005) per riportare alcune testimonianze.

Lo scrittore Ivan Turgenev arrivò a Roma la prima volta a 21 anni e ne aveva 40 quando dovette partire nel 1858 per andare a Vienna a curarsi: «Dopo una lotta di due mesi col cuore infranto – confessò – sono costretto a lasciare l’amata Roma per finire il diavolo sa dove… Ditemi, non è triste? Non è uno schifo? Con tutti i mezzi cerco di rimandare il giorno della partenza».

Il grande Čajkovskij tornò a Roma per sei volte dal 1874 al 1890. La città non gli piacque subito, ma alla fine annotò: «Roma mi spaventa! D’altro canto Roma è così affascinante e la sento così vicina!».

Il pittore Adamovic Kiprenski, che a Roma abitò in Via Sant’Isidoro dove anni dopo sarebbe andato a vivere anche Gogol, scrisse nel 1822: «Accetterei di percepire dodicimila di reddito annuo e di vivere a Roma, piuttosto che percepire due milioni di stipendio e dover vivere a Parigi».

E Gogol nel 1837 scriveva: «Di Roma ti innamori molto lentamente, un po’ per volta, però per tutta la vita». Due anni dopo era a Vienna e annotava: «Oh, Roma, Roma! Mi sembra di mancare da te da cinque anni! Non c’è nessun’altra Roma al mondo all’infuori di Roma. Vorrei dire che non c’è nessun’altra felicità e gioia, ma Roma è più che una felicità e una gioia».

Lo storico e giornalista Michail Pogodin, che appena arrivato Gogol portò a pranzare nella sua trattoria preferita (“Lepre”, in via Condotti), scrisse dopo un giro nel Foro: «Si perde la pazienza a osservare come lavorano questi italiani: prima prendono il badile, dopo un po’ rastrellano la spazzatura, dopo un altro po’ spazzano o girano il carrellino. Se gli mandassero qui un paio di migliaia di bielorussi di Odessa, col loro pane di segale, in un anno ripulirebbero la piazza riportandola ai tempi dell’antica Roma e donerebbero al mondo scientifico un grande spettacolo». Era il 1839 e novant’anni dopo i Fori sarebbero stati degnamente ripuliti.

Alla partenza per la Francia, Pogodin lamentò: «Mi capiterà ancora di rivedere Roma? Vorrei tanto. È triste, molto triste!».

Il filosofo Aleksandr Herzen scrisse nelle sue “Lettere dall’Italia”: «Il lato sublime di Roma è la ricchezza di opere splendide, di quella perfezione geniale e quell’eterna bellezza davanti alle quali l’uomo si ferma in venerazione…».

Il poeta Nikolaj Nekrasov scrisse nel 1856: «Io credo che Roma sia l’unica scuola dove bisognerebbe mandare gli individui nella prima gioventù…».

L’ho provato di persona e sono d’accordo con Nekrasov.

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