Gli USA ritirano le truppe dalla Siria
e disegnano la via siriana del petrolio

Le truppe americane si sono ritirate dalla Siria e così il presidente ad interim al- Sharaʿ può dimostrare ai siriani di aver quasi completato il suo obiettivo di controllare l’intero territorio siriano e che gli Stati Uniti ritengono che il suo governo sia in grado di guidare le operazioni contro minacce interne come l’ISIS. Ricordo che Aḥmad Ḥusayn al-Sharaʿ, noto anche con lo pseudonimo di Abū Muḥammad al-Jawlānī, è un guerrigliero siriano, autoproclamatosi presidente della Siria il 29 gennaio 2025.
Tuttavia – fanno presente gli analisti del Center for Strategic and International Studies – il ritiro americano comporta dei rischi. L’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, noto anche come Daesh) è stato declassato, ma non sconfitto, e continua a operare in alcune zone del deserto orientale siriano. Se il governo siriano dovesse permettere la creazione di vuoti di sicurezza dopo il ritiro degli Stati Uniti, l’ISIS potrebbe cogliere l’occasione per riemergere nelle aree mal governate e gli Stati Uniti non sarebbero più in grado di svolgere lo stesso ruolo stabilizzatore. L’instabilità regionale in Libano e Iraq crea difficoltà ai confini della Siria. Il ritiro comporta rischi anche per i curdi siriani, che hanno perso il loro protettore esterno.
Il ritiro degli Stati Uniti, comunque, potrebbe evitare le tensioni che stanno covando tra Russia e Ucraina in Siria e nel Mediterraneo orientale. Il presidente al-Sharaʿ ha cercato di mantenere un equilibrio nei rapporti con entrambi gli Stati. Ha permesso ai russi di mantenere l’accesso a due basi in Siria, nonostante il loro precedente ruolo di sostegno al regime di Assad. Allo stesso tempo, ha recentemente ospitato il presidente Zelensky a Damasco con grande clamore e si è impegnato a rafforzare la partnership di sicurezza tra Siria e Ucraina.
Il governo siriano – come ascoltiamo su State of Play, una serie di podcast prodotta dal Dipartimento di Geopolitica e Politica Estera del CSIS – sta cercando di consolidare la propria autorità e potrebbe sentirsi meno vincolato, soprattutto nei confronti dei curdi, in assenza di forze statunitensi nella regione. Il ritiro americano crea inoltre un’opportunità per le altre potenze militari straniere ancora presenti in Siria di affermare la propria influenza.
Will Todman, capo dello staff del Dipartimento di Geopolitica e Politica Estera, e Mona Yacoubian, direttrice del Programma sul Medio Oriente al CSIS di Washington, prevedono che la Turchia potrebbe ampliare la sua partnership di sicurezza con il governo siriano, e la Russia potrebbe cercare di sfruttare la propria presenza militare (seppur ridotta), soprattutto come contrappeso alla presenza israeliana nel sud della Siria.
Ed è questo il punto: gli americani restano in Siria per interposta Israele. Come l’aggressione all’Iran ha dimostrato, Washington e Tel Aviv si muovono insieme (chi influenza chi qua è ininfluente) e perciò la Siria resta stretta nella morsa israelo-americana.
In un Medio Oriente post-guerra con l’Iran, la Siria dovrebbe svolgere un ruolo più importante come corridoio economico ed energetico chiave che collega il Golfo all’Europa. Sottolineando la necessità di aggirare lo Stretto di Hormuz, viste le minacce asimmetriche dell’Iran, l’inviato speciale statunitense per la Siria, Tom Barrack, avrebbe elaborato un piano che prevede la Siria come nuovo hub energetico. Gli Stati Uniti potrebbero accelerare i piani per la riapertura dell’ambasciata statunitense a Damasco.



