A Tavola

Il cappio di Tel Aviv
al collo di Washington

Pochi giorni prima della fine del primo mandato del presidente Trump, Israele aveva cominciato a coordinare le operazioni militari con il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), dopo essere stato precedentemente integrato nel comando militare europeo. Una volta integrato Israele nel CENTCOM, gli ufficiali statunitensi e israeliani responsabili del Medio Oriente hanno imparato ad operare congiuntamente, tant’è che il generale Michael Erik Kurilla, comandante del CENTCOM (oggi in pensione), avrebbe visitato Israele 40 volte.

Gli Stati Uniti si sono allineati agli obiettivi di guerra israeliani – i funzionari dell’ambasciata israeliana a Washington parlano di creare le condizioni per il crollo del regime – senza una chiara strategia per raggiungerli. Gli obiettivi di guerra dichiarati dagli Stati Uniti sono variati nel corso del conflitto, generando confusione su ciò che gli Stati Uniti stiano cercando di fare e su cosa la leadership iraniana possa fare per porre fine ai combattimenti.

Gli Stati Uniti hanno lasciato alleati e partner in tutto il mondo con la sensazione di pagare il prezzo di quella che considerano una guerra inutile e avventata. Alcuni stanno subendo attacchi alle infrastrutture, i prezzi dell’energia sono alle stelle e molti temono atti di terrorismo. La violenza nel Golfo Persico lascia i Paesi vicini in apprensione: attrarre capitali e talenti ora sarà più difficile.

Il fatto è che i Paesi di tutto il mondo avevano imparato a convivere con il dominio militare ed economico statunitense. Un’America che si comporta come Israele, attaccando qualsiasi Paese in qualsiasi momento, rappresenta per loro una brutta novità. Soprattutto i governi del Medio Oriente, dell’Europa e dell’Asia, che negli ultimi anni si erano mostrati più accomodanti nei confronti di Israele, potrebbero ora nutrire un maggiore risentimento per le sue azioni e per le pressioni esercitate sulla Casa Bianca.

Negli Stati Uniti, dove le critiche a Israele crescono sia a sinistra che a destra, soprattutto a causa dell’eccessiva influenza esercitata da Tel Aviv sulla decisione di entrare in guerra, un problema di politica estera potrebbe trasformarsi in un problema di politica interna. Ciò accelererebbe il deterioramento del sostegno a Israele.

Le amministrazioni statunitensi hanno costantemente nutrito “simpatia” per Israele, ma hanno costantemente mantenuto una netta separazione tra le operazioni militari israeliane e la strategia statunitense in Medio Oriente. In passato, i governi statunitensi si sono tenuti fuori dai conflitti di Israele.

È troppo presto per dire come o quando finirà la guerra con l’Iran. Unendosi pienamente a un partner impegnato in una guerra senza fine (per Israele l’espanSionismo è comando divino), gli Stati Uniti hanno rinunciato al loro ruolo più prezioso in Medio Oriente e cioè quello di potenza esterna dotata di un’ampia gamma di strumenti economici e diplomatici (oltre che militari),

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