L’obesità costa salute e soldi
I rimedi inventati in Europa

Secondo il rapporto Osservasalute 2016, che fa riferimento ai risultati dell’Indagine Multiscopo dell’Istat “Aspetti della vita quotidiana” emerge che, in Italia, nel 2015, più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) è in sovrappeso, mentre una persona su dieci è obesa (9,8%); complessivamente, il 45,1% dei soggetti di età ≥18 anni è in eccesso ponderale. Come negli anni precedenti, le differenze sul territorio confermano un gap Nord-Sud in cui le Regioni meridionali presentano la prevalenza più alta di persone maggiorenni obese (Molise 14,1%, Abruzzo 12,7% e Puglia 12,3%) e in sovrappeso (Basilicata 39,9%, Campania 39,3% e Sicilia 38,7%) rispetto a quelle settentrionali (obese: PA di Bolzano 7,8% e Lombardia 8,7%; sovrappeso: PA di Trento 27,1% e Valle d’Aosta 30,4%). La condizione di eccesso ponderale è più diffusa tra gli uomini rispetto alle donne (sovrappeso: 44% vs 27,3%; obesità: 10,8% vs 9%). In Italia, scrive L’EURISPES.IT, il tasso di incidenza dell’obesità è tra i più alti in Europa.
Il fatto è che l’obesità viene spesso percepita come il risultato di una scelta alimentare sbagliata, ma le evidenze scientifiche spiegano che il fenomeno dipende in larga misura dallo stile di vita indotto dall’esterno, dall’educazione familiare, dal contesto sociale, dalle influenze del mondo commerciale.
Dal punto di vista nutrizionale, resta cruciale non perdere di vista la complessità biologica del fenomeno: l’obesità non si esaurisce nel bilancio calorico, ma coinvolge la regolazione ormonale, l’infiammazione cronica di basso grado e un rischio di comorbidità (termine coniato nel 1970 dall’epidemiologo americano Alvan R. Feinstein) che si accumula silenziosamente per anni prima di manifestarsi clinicamente. Curare l’obesità significa quindi intervenire precocemente, prima che la catena metabolica inneschi danni difficilmente reversibili sugli organi e sul sistema nervoso. Il tessuto adiposo in eccesso non è una riserva inerte: è un organo attivo che interferisce con la circolazione delle adipochine, molecole che regolano la sazietà, la produzione di insulina e la gestione del glucosio. Questo dà avvio a una catena di conseguenze che si autoalimentano e portano l’organismo ad ammalarsi. Le patologie legate all’obesità sono spesso malattie di lungo decorso con costi rilevanti. Applicando una stima prudente di 10.000 euro annui per paziente e considerando i 3 milioni di italiani coinvolti, l’Eurispes ha calcolato che il costo complessivo dei disturbi alimentari in Italia supera i 30 miliardi di euro, circa due punti di PIL. Una cifra certamente sottostimata, perché non include i casi non diagnosticati, i costi sommersi e l’impatto sull’intero sistema sociale.
C’è qualche intervento legislativo ad hoc che potremmo copiare e/o adattare alla realtà di casa nostra?
La Francia ha adottato, dal 2001, il Programme National Nutrition Santé (PNNS) e la campagna “Manger, Bouger” (Mangia, Muoviti) ha aperto la strada a un intervento normativo progressivo. Nel 2005 è entrato in vigore il divieto di distributori automatici di bevande e spuntini nelle scuole, con una riduzione media di dieci grammi nell’assunzione di zuccheri tra gli studenti. Nel 2011 sono stati introdotti standard nutrizionali obbligatori nelle mense scolastiche. Nel 2016 è arrivata la sugar tax (7,16 centesimi per litro di bevanda gassata) e il divieto di pubblicità alimentare durante i programmi per bambini. Nel 2017 è stato vietato il free refill e introdotto il Nutriscore, il sistema di etichettatura nutrizionale a cinque colori. Tra il 2024 e il 2025 il Senato francese ha triplicato le aliquote della sugar tax per le bevande ad altissimo contenuto di zucchero (fino a 35 euro per ettolitro) e ha calendarizzato l’estensione del divieto di pubblicità per gli alimenti con Nutri-Score D ed E in tutte le fasce orarie dalla mattina alla sera. Risultato? Obesità in calo.
Nel Regno Unito, dal 5 gennaio 2025, sono entrati in vigore un watershed televisivo che vieta la pubblicità di alimenti ad alto contenuto di grassi, sale e zuccheri (HFSS) dalle 5:30 alle 21:00, e un divieto totale della pubblicità online per gli stessi prodotti, attivo 24 ore su 24. Nel 2022 c’erano già i divieti di posizionamento strategico dei cibi malsani nei supermercati, vicino alle casse o nelle testate degli scaffali, e le restrizioni sulle promozioni di volume come i 3×2 o i refill gratuiti. La classificazione degli alimenti è basata sul Nutrient Profiling Model (NPM): il sistema assegna punti negativi per grassi saturi, zuccheri e sale, e punti positivi per fibre e proteine, collocando ogni prodotto in una categoria di rischio che determina l’applicazione del divieto pubblicitario.
Nel distretto di Amsterdam Est, è stato avviato, tra il 2017 e il 2018, il progetto LIKE (Lifestyle Innovations based on youth’s Knowledge and Experience). Tra le misure: divieto di pubblicità di cibi malsani nelle 58 stazioni della metropolitana e negli eventi sportivi con più del 25% di pubblico giovane; trasformazione di 120 scuole primarie in ambienti sani; interventi di urbanistica per favorire la mobilità attiva; collaborazione con le catene di distribuzione per rimuovere il marketing rivolto ai bambini; percorsi di consulenza per le famiglie a rischio dal periodo della gravidanza. Il risultato: nei primi tre anni la prevalenza di sovrappeso e obesità infantile è scesa dal 21% al 18,5%.
Guardando l’insieme di questi dati e informazioni risulta chiaro che il comportamento collettivo inizia a cambiare, quando il contesto rende la scelta sana la più facile, e non la più costosa o la più faticosa.



