L’asse Trump-Israele
scompiglia il MAGA
Considerando il bilancio delle vittime degli attacchi israeliani a Gaza e la dura condanna internazionale, l’incondizionato appoggio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Israele ha innervosito più di qualcuno dei suoi sostenitori. Per loro, gli aiuti statunitensi a Tel Aviv non sono più accettabili a fronte di un’economia in difficoltà. Ma non è soltanto questione di quattrini: gli aiuti vanno anche oltre l’aspetto finanziario: c’è il blocco di misure critiche anti-israeliane alle Nazioni Unite e c’è la punizione di chi va contro Israele, come è capitato alla Corte penale internazionale, che continua a essere sanzionata da Washington.
Parlando di soldi, l’ultimo rapporto del Cost of War Project, pubblicato a ottobre scorso, dice che gli Stati Uniti hanno donato a Israele più di 21 miliardi di dollari dall’inizio della guerra contro Gaza. Per inquadrare meglio la cifra, ricordo che la UE ha stanziato in 3 anni (2022-2025) circa 4,2 miliardi di euro per aiuti ai civili ucraini. Adesso l’UE ha aumentato la posta a 90 miliardi per il biennio 2026-2027, ma si tratta di un prestito, non di una donazione.
Alcune delle figure più significative del movimento Make America Great Again (MAGA) si sono ribellate al sostegno di Trump a Israele. Il suo ex collaboratore Steve Bannon ha messo in discussione la «relazione speciale», descrivendo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu come un «traditore» degli Stati Uniti perché ha lanciato attacchi contro l’Iran pur sapendo di non avere gli strumenti necessari per una vittoria.
La critica più forte è arrivata da uno dei suoi alleati più fedeli, la deputata Marjorie Taylor Greene, la quale si è attirata la furia di Trump dopo essere intervenuta sui social media per denunciare «il genocidio, la crisi umanitaria e la carestia che stanno avvenendo a Gaza».
Trump ha risposto alle critiche della deputata definendola «traditrice» ma Greene è ancora molto rispettata da molti nel movimento MAGA, che la vedono come una sostenitrice di una politica “America First” piuttosto che di una “Israel First“.
I sondaggi mostrano che il sostegno a Israele sta calando anche in uno dei rami più tradizionalmente filo-israeliani della sua base, i cristiani evangelici. A ottobre, il governo israeliano ha assunto una nuova agenzia di pubbliche relazioni, Faith through Works, per, come afferma la stessa agenzia, «combattere la scarsa approvazione dei cristiani evangelici americani nei confronti della Nazione di Israele».



