Per gli scali italiani arriva
la Porti d’Italia SpA

Della serie: meglio tardi che mai. La straordinaria crescita dei trasporti marittimi nel Mediterraneo ha stimolato lavori di ampliamento, ristrutturazione, equipaggiamento in tutti i Paesi rivieraschi. Anche in Italia si è fatto moltissimo: convegni, comitati, commissioni di studio, programmi e progetti, ma essendo tutto nelle mani di ciascuna autorità portuale di concreto non si è fatto a sufficienza. Sapete come funziona: c’è l’associazione in difesa del vermocane minacciato dalla costruzione di nuove banchine, c’è il sodalizio per la difesa della roccia calcarea devastata dalle draghe messe a scavare il fondale, c’è l’onorevole (non è importante il nome: c’è sempre un onorevole nume tutelare del luogo da accontentare) e c’è l’autorità costituita e c’è la banca (o più di una)… insomma i fattori in gioco sono talmente tanti che qualunque lavoro resta paralizzato da veti incrociati politico-economici e denunce al Tar, ad Amnesty etc.
Adesso qualcosa si muove sul serio. Per esempio, entro il prossimo 30 giugno 2026, saranno adottate linee guida nazionali per la determinazione uniforme del canone demaniale, elaborate dal ministero delle infrastrutture e dei trasporti previo parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti.
E’ una delle azioni previste dal Disegno di legge di riordino della legge 28 gennaio 1994, n. 84 in materia di governance portuale e rilancio degli investimenti in infrastrutture strategiche di trasporto marittimo di interesse generale. Il perno di tutto sarà la società “Porti d’Italia S.p.a.”, che avrà il compito di supportare la realizzazione di infrastrutture di rilevanza internazionale e nazionale, potenziando l’intermodalità e lo sviluppo della rete transeuropea dei trasporti (TEN-T).
La domanda è: quando sarà costituito questo nuovo organismo?
Il Ddl stabilisce anche le norme per la separazione contabile e organizzativa all’interno delle Autorità di sistema portuale e disciplina la costituzione del “Fondo per le infrastrutture strategiche di trasporto marittimo”. La norma chiarisce che l’erogazione dei finanziamenti è subordinata alla verifica del rispetto della normativa europea in materia di aiuti di Stato, prevedendo la sospensione delle risorse per gli interventi non esenti da notifica fino all’avvenuta autorizzazione della Commissione europea, garantendo così la piena certezza giuridica degli investimenti.
In buona sostanza, la riforma punta a semplificare le procedure amministrative, stimolare l’apporto di capitali privati e superare la frammentazione gestionale che ha finora limitato il potenziale dei porti italiani nel bacino del Mediterraneo, assicurando una visione strategica unitaria per l’intero Sistema Paese.
Ci riusciranno? Per la verità ci sono problemi (per esempio gli acquedotti che si perdono per strada la metà dell’acqua trasportata) che si possono risolvere soltanto concentrando i poteri di intervento in un solo organismo. All’apparenza è poco democratico (sentiamo già le proteste di sindaci etc. che lamentano di essere scavalcati e trattati come tribù indiane nelle riserve) ma se gli obiettivi vengono raggiunti a goderne sarebbe proprio la democrazia e, forse, diminuirebbe l’italica disaffezione per la politica.



