Un paio di cose che ricordo
di Bossi e Pomicino

Ho incontrato più volte sia Paolo Cirino Pomicino che Umberto Bossi. Su quanto fosse rivoluzionario il Senatùr e andreottiano il neurologo napoletano prestato alla politica, è stato già detto e ridetto e lascio perdere. Invece, un paio di episodi li voglio raccontare perché mi sono rimasti impressi e non sto qui a calcolare quanto possano risultare interessanti per chi legge. Dovevo intervistare Pomicino, all’epoca potentissimo ministro del Bilancio, in partenza da Fiumicino. Arrivammo trafelati e bloccai il ministro mentre s’avviava al gate. L’operatore si mise a fare il bianco (la taratura della telecamera) mentre l’assistente controllava batterie e cavi (le Betacam ancora non ci erano arrivate) e io esordii con “signor ministro, due domande veloci, per favore”. Mi rispose che non c’era nessuna fretta perché l’aereo avrebbe aspettato. Questo è il potere: fermare treni, aeroplani e traghetti, perché le regole hanno valore soltanto per noi comuni mortali. L’eletto dal popolo non conosce i limiti imposti da norme e regolamenti.
Incontrai di nuovo Pomicino quando per qualche giorno fece il direttore al quotidiano “La Discussione”. Che cosa mi è rimasto impresso? in maniera indelebile? Le sue assistenti, negli anni nei quali fu europarlamentare. Poliglotte, pragmatiche, sorridenti, truccate finemente e elegantemente vestite erano giovani donne che facevano girare la testa e non per modo di dire.
Perciò, mi disse, mi sono fatto il cuore nuovo a Pavia. Ironico e autoironico. Fra i democristiani sopravvissuti al manipulitismo, era il più realista, ma anche il più sognatore, sennò non si sarebbe mai firmato Geronimo, il capo Apache che più aveva combattuto contro gli yankee.
Anche Bossi era pragmatico. La prima volta l’intervistai per puro caso. Una troupe era arrivata da Napoli a via Uffici del Vicario, ma il giornalista era rimasto a letto con 39 di febbre. Mi chiamarono disperati: vieni tu, sennò l’intervista salta.
Avevo incontrato il Senatùr negli studi della Teleservice Italiana, a due passi da Piazza Navona. Se n’era andato strillando e sbattendo le porte. Era un animale politico dal grande istinto e impossibile da domare. Comunque andai ad intervistarlo. La mattina i quotidiani riportavano in prima pagina non ricordo cosa sulla Lega ed io cominciai dicendo: stamattina il Corsera pubblica… Non mi fece finire e mi investì con una sparata su quante fesserie scrivevamo noi giornalisti. Feci fermare la telecamera e ricominciai daccapo e rifeci la domanda senza citare alcuna testata. Non fu una grande intervista, ma anni dopo, a proposito del suo sostegno alla “Lega Sud Ausonia” che ero andato a perorare, mi riconobbe e mi lanciò un sorriso complice. Gli dissi: senatore, io non ci guadagno niente, è un favore che faccio a questi amici.
Quant’era pragmatico? Racconto un fatto per sentito dire e perciò chiedo perdono per eventuali imprecisioni. Arrivato al Senato, Bossi chiese al capo dei commessi (un grosso abruzzese che sarebbe andato di lì a poco in pensione con una liquidazione superiore al miliardo di lire) di segnalargli qualcuno in gamba che gli facesse da addetto stampa. In breve: scelse Cesare Rossi, uno degli addetti stampa della defunta DC, già avanti con gli anni e gli disse: ti pagherò poco, lavorerai molto, ma ti prometto che ti farò eleggere deputato.



