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Israele fa pulizia etnica
in Cisgiordania

Il quotidiano israeliano Haaretz (“Notizie della Terra”, di Israele ovviamente) riporta che le operazioni militari nella Cisgiordania occupata sarebbero sotto osservazione a livello internazionale perché si configurerebbe una campagna di pulizia etnica. Che una parte degli israeliani condannino le aggressioni di Netanyahu, era cosa nota, ma riportare accuse come “pulizia etnica” (roba che in Italia ti bolla come antisemita) su un giornale di primo piano dà la misura di quali siano le condizioni reali dei Palestinesi.

Da gennaio 2024, le forze di occupazione israeliane hanno condotto l'”Operazione Muro di Ferro”, evacuando forzatamente oltre 44.000 palestinesi. Gli sfollamenti più consistenti si sono verificati a Jenin e Tulkarem, incluso il campo di Nur Shams. Le demolizioni mirano a rendere inabitabili i principali campi profughi, compromettendo di fatto il diritto al ritorno di generazioni di palestinesi sfollati. Edifici a più piani sono stati rasi al suolo e infrastrutture essenziali distrutte. Il direttore dell’UNRWA per la Cisgiordania, Roland Friedrich, ha affermato che il 48% delle case a Nur Shams è stato danneggiato o distrutto, rendendo impossibile il ritorno senza una ricostruzione completa.

Il governatore di Jenin, Abu al-Rub, ha dichiarato ad Haaretz che circa 800 edifici, pari a quasi il 40% delle strutture del campo, sono stati rasi al suolo. «Migliaia di famiglie – ha detto – vivono da mesi nella più totale incertezza, sparse tra villaggi e città, impossibilitate a fare ritorno»..

Nel campo di Nur Shams a Tulkarem, almeno 9.000 persone sono state sfollate, secondo il governatore Abdallah Kamil, con 1.514 famiglie che hanno perso completamente le loro case e 2.200 abitazioni parzialmente danneggiate. Gli abitanti descrivono la distruzione come una punizione collettiva.

I difensori dei diritti umani hanno tracciato parallelismi con la Nakba del 1948, quando oltre 750.000 palestinesi furono sfollati con la forza e più di 500 villaggi distrutti durante la fondazione dello Stato israeliano. I critici sostengono che l’attuale strategia militare di Israele faccia parte di una più ampia politica di apartheid, che giustifica gli sfollamenti per mantenere l’equilibrio demografico.

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